giovedì 21 settembre 2017

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


PIÙ SI È MEGLIO È

Il piccolo re, Taro Miura (trad. Elena Barboni)
Fatatrac 2016


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Il tavolo da pranzo del Piccolo Re era grande grande.
Ogni giorno il cibo veniva servito in quantità su questo tavolo lunghissimo e il Piccolo Re non riusciva mai a finire tutto.
Il mezzo di trasporto ideale del Piccolo Re era un cavallo bianco grande grande. Come avrebbe mai potuto cavalcarlo?
E ogni volta che ci provava, il Piccolo Re veniva spazzato via dalla coda dell'animale."

Il Piccolo Re è piccolo, nonostante i suoi baffi bianchi e la sua corona giallo oro, tutto gli è abbondante: il castello, i soldati, la vasca da bagno, il letto. Tutto è grande grande per lui così minuto. Soldati alti e minacciosi, letti e vasche da bagno in cui è facile smarrirsi, cibo che non si riesce a finire sono tutte le cose che quotidianamente lo preoccupano un po'. Il Piccolo Re non si perde d'animo e capisce che la soluzione è a portata di mano (di manina).
Si sposa una bella principessa grande grande. Con lei vicino non è più solo e non è più perduto. Con lei mette su una famiglia grande grande con ben 10 bambini e lo spazio si riduce magicamente a tal punto dal farlo decidere di rimandare a casa tutti i suoi soldati (ben felici di farlo). Ora il castello è tutto per loro, il tavolo e il cibo sono finalmente proporzionati e anche il letto con la Grande Regina da un lato e tutti i suoi bambini in mezzo è perfetto per fare sogni d'oro.


Taro Miura qui abbandona l'ambito più consueto in cui in Italia è conosciuto: il design applicato all'illustrazione (Ton, Corraini 2004; Arnesi, Corraini 2005; Lavori in corso, Corraini 2007; Workman Stencil, Corraini 2014). E veste i panni del narratore di storie. In perfetta coerenza editoriale abbandona Corraini per Fatatrac.
La creazione sulla pagina di oggetti e personaggi attraverso la scomposizione e giustapposizione di forme geometriche, di silhouette riassuntive che ricordano quelle della segnaletica stradale, di immagini che alludono immediatamente al loro significato e che si imprimono altrettanto rapidamente nella memoria visiva di ciascuno: questo è il repertorio cui ha abituato i suoi lettori Taro Miura nei libri Corraini.
Qui cambia qualcosa e Il piccolo re pare essere un unicum, un diversivo a tutti gli effetti, sebbene esista un suo corrispettivo al femminile, ben meno bello, che si intitola The Big Princess (Walker 2014).
A un autore, che finora ha dimostrato di preferire il segno alle parole e alle sequenze narrative, è venuta voglia di cimentarsi con una storia da scrivere e da illustrare. 


Il registro scelto è la fiaba, narrazione per eccellenza che però permette di mantenere il gusto per la sintesi nei nessi temporali serrati e improbabili, necessari a tenere sempre alta l'attenzione di chi ascolta a scapito di ogni criterio oggettivo di realtà.
Come in ogni fiaba che meriti questo nome, anche qui si saltano le lungaggini delle connessioni e si privilegiano i fatti salienti. E se questo comporta un pizzico di magia, ben venga.
A ogni tema è ascritta una grande tavola. A parte la prima, in cui in un nero profondo galleggia solo soletto il Piccolo Re, tutte le altre sono dedicate alle singole 'stazioni' e sono sempre molto movimentate : il castello, le truppe, il pranzo, il cavallo e così via. In ognuna di queste il piccolo re rimane minuscolo: alle prime, distinte dal fondo nero che allude alla sua inquietudine, fanno seguito quelle coloratissime che segnano la svolta affettiva e in cui compare la gigantesca principessa, di lì a poco regina, e a seguire i dieci marmocchi enumerati con precisione.



Elementi grafici e costruzioni geometriche riempiono le pagine e danno forma al racconto. I piccoli inserti fotografici sono una gioia per chi ama spigolare nelle immagini: nella copertina per esempio una gambetta del re è un raffinato gancio allusivo alla conclusione felice della fiaba. Oppure le mani che, sempre disegnate come cerchi rosa, diventano pugni serrati nel brandire le spade e le alabarde o pugnetti chiusi che tengono il lembo del lenzuolo.
Potere del segno! E Taro Miura è sempre Taro Miura, anche se il nitore dei libri con Corraini qui viene meno.
I colori sono primari e piatti e hanno la prerogativa di dare ulteriore risalto ai rari inserti fotografici o a china o ancora calcografici.


Dietro tutto questo si nasconde una fiaba che per alcuni tratti salienti ricorda quella raccolta dalla tradizione nordica di Pollicino che sposò la Grande Principessa, presente nella Grande Enciclopedia della Favola curata da Gianni Rodari (Editori Riuniti 2002). Sebbene qui manchi il finale tragicomico della prima, in cui il povero Pollicino affoga per ingordigia in una tazza di crema il giorno dello sposalizio, tuttavia rimane in piedi il gioco del minuscolo e del gigantesco che insieme fanno ridere. Inevitabilmente.


Voler vedere a tutti i costi che la morale della storia sia quella per cui nella famiglia si trova la soluzione di ogni problema, circostanza che alcuni critici hanno rilevato, a me pare tutto sommato marginale rispetto ad altri significati effettivamente più condivisibili, quali per esempio l'allontanamento dei soldati che fanno luogo ai giochi dei bambini, o ancora di più la condivisione della ricchezza di cibo e materassi. 


Carla

lunedì 18 settembre 2017

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)


MA LE PIANTE PENSANO?
Ecco una nuova frontiera della scienza, un territorio ancora poco esplorato che nasconde molte sorprese. La vita delle piante è, infatti, di recente salita agli onori della cronaca grazie, soprattutto, al testo di un esperto tedesco, Peter Wohlleben che con La saggezza degli alberi ha conquistato anche i pubblico dei non addetti ai lavori.
Recentemente, è uscito un testo di uno scienziato italiano, Stefano Mancuso, Plant Revolution, pubblicato da Giunti, che con solide argomentazioni ci mette di fronte a domande imbarazzanti, quali: le piante hanno memoria? Sono un modello biologico più versatile e resistente rispetto al mondo animale? Come afferma l'autore, le piante consumano pochissima energia, hanno un'architettura modulare, un'intelligenza distribuita e nessun centro di comando: non c'è nulla di meglio sulla Terra cui ispirarsi. Il libro, leggibile anche da un profano, apre davvero orizzonti nuovi per chi era abituato ad interrogarsi sul mondo animale, che pure di sorprese ne ha presentate e ne presenta tuttora moltissime. Ma se questa è una frontiera verso cui ci spinge lo sviluppo della scienza, è forse cambiata la percezione del mondo vegetale nei libri per bambini? Ripensando al premiatissimo Il mondo segreto delle piante, direi proprio di si, così come Vagabonde  ha alimentato l'interesse per le piante più umili che ci siano, le infestanti.

Anche recentemente è uscito un nuovo testo in una collana, tradotta dall'anglosassone Templar, che meriterebbe maggiore attenzione. Nel nostro caso segnalo Come vivono le piante. Guida interattiva al mondo vegetale, pensato per lettrici e lettori dagli otto anni, un libro più semplice rispetto a quelli citati sopra, comunque un testo che insegna a guardare con curiosità alle piante, sottolineando gli aspetti più interessanti, curiosi, stimolanti: viene raccontata la fisiologia, la riproduzione, la distribuzione nel mondo, il ruolo insostituibile nel sostentamento del nostro pianeta. Le immagini sono chiare e sono accompagnate da animazioni che consentono l’interazione, dimostrando ancora una volta che un libro illustrato e animato non è necessariamente rivolto solo ai più piccoli. Certo, qui non si trova direttamente l'eco delle questioni aperte e che sono attualmente oggetto di ricerca. Ma si percepisce una cura maggiore al dettaglio, alla precisione delle informazioni, alla complessità delle relazioni fra animali e piante all'interno di un ecosistema. Mi sembra, in poche parole, che si faccia strada uno sguardo meno superficiale e più ravvicinato ad un mondo che conosciamo assai poco. Sperando sempre che saperne di più faccia crescere nuove domande ed induca ad un maggior rispetto verso il mondo naturale che ci è attorno. Dalle erbacce disegnate in Vagabonde, ai libri illustrati sugli alberi, vogliamo sperare che le generazioni future siano meno indifferenti nei confronti della natura, strana o comune, grande o piccola, esotica o nostrana. Il rispetto comincia qui e ora, dal terrazzo di casa al giardino pubblico, al parco o a quel che ne resta dopo un’estate di incendi.
Eleonora
“La saggezza degli alberi”, P. Wohlleben, Garzanti 2017 
“Plant Revolution”, S. Mancuso, Giunti 2017
 “Come vivono le piante. Guida interattiva al mondo vegetale”, Ideeali 2017

venerdì 15 settembre 2017

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


LA CHIMICA DI UN INCONTRO

La lucertola e il sasso, Giovanna Zoboli, Massimo Caccia
Topipittori 2017



ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 3 anni)

"Il sasso è caldo. Alla lucertola piace il sole.
La lucertola è verde. Al sasso piace la primavera.
Il sasso è fermo.
La lucertola è rapidissima
Il sasso tace. La lucertola ama il silenzio."

Non svelo nulla se commento che sono fatti l'uno per l'altra. Entrambi amano la quiete: a lei piace stare ferma e lui, per natura, non fa mai gran moto e non ama chi lo fa. Questo è un altro motivo che li tiene insieme. Come li metti li metti sasso e lucertola oppure lucertola e sasso sono come pane e burro. perfetti assieme.
Lui viene da chissà dove lei arriva da chissà quando e ogni giorno si trovano e si scelgono: le lucertole e i sassi.


Che bellezza! Giusto, viene da dire che bellezza quando si è di fronte a una così forte intesa, e non sto solo facendo riferimento a quella tra la lucertola e il sasso, ma più direttamente a quella evidente tra chi scrive e chi disegna.
E se mi è concesso un paragone, la lucertola è l'una e il sasso è l'altro.


Non credo di dover dimostrare quanto sia guizzante la mente di Giovanna Zoboli, ma mi piace qui assimilare Massimo Caccia a un sasso per silenziosità connaturata, per rotondità e levigatezza del suo segno.
Della 'sassitudine' prende a prestito da un lato certa propensione alla pacatezza e dall'altro la consistenza piena, senza smagliature dei suoi magnifici disegni. Alla pacatezza aggiungerei certa delicatezza, per esempio nella presentazione dei due protagonisti, rispettivamente 'assenti' nelle pagine che ritraggono i loro corrispettivi. 



Provo a spiegare: il sasso è caldo si legge e si vede il sasso a fare bella mostra di sé, segue la frase alla lucertola piace il sole e la lucertola è assente, ma al suo posto è visibile un cerchio arancione che è il sole. La pagina successiva mostra la lucertola verde e al posto del sasso che ama la primavera compare solo una margherita il cui bottone centrale è di nuovo un sole, ma in scala ridotta.
Massimo Caccia il meglio di sé lo esprime nei suoi animali, categoria che predilige ritrarre. Anche in La lucertola e il sasso come altrove sono colti - qui e ora è proprio il caso di dirlo - come da un'istantanea con il flash che fa loro sgranare gli occhi, che li immobilizza e li rende, e torna la sassitudine, minerali di se stessi. L'altra sua capacità sta nel disporli all'interno dello specchio della pagina in modo mai convenzionale.


Già altrove è stata sottolineata la cifra molto personale, inconfondibile, delle sue opere, tele o illustrazioni che siano, una sensibilità per i colori non comune e una capacità di alludere attraverso il 'silenzio' di un disegno apparentemente algido a molte cose che le parole tacciono.
La qualità che riconosco in questo libro fatto di così poco sta proprio nel non dire, nel grande silenzio quieto che avvolge questo incontro, nell'instancabile togliere, sfrondare per raggiungere la necessaria 'leggerezza' dovuta a una sapiente capacità di sintesi e a un lavoro certosino di levigatura di testo e immagine. Tanto più si purificano i due linguaggi comunicativi - quello testuale e quello iconico - da ogni superfluo, tanto più la storia magicamente assume carattere di universalità.
E non è la prima volta che ciò avviene in libri a firma Giovanna Zoboli. Ancora una volta sono qui a riconoscerle il merito di dimostrare grande attenzione per la scelta delle parole, che la porta evidentemente a un lessico parsimonioso e di grande efficacia. Tra una frase e l'altra, divise anche fisicamente dal taglio della pagina, si crea uno iato, un vuoto che spetta al lettore colmare con un nesso logico. Tutto il libro è costruito in tal modo: la lucertola è verde/al sasso piace la primavera oppure La lucertola sta immobile/il sasso ama la quiete oppure si crea una sorta di eco interna: il luogo lontanissimo richiama il tempo lontanissimo o ancora il binomio lucertola/sasso che si specchia in se stesso diventando sasso/lucertola.
Tutto questo, e non è poco, attiene agli aspetti più formali, diciamo discorsivi del testo, ma qual è la sostanza dell'intera storia? 



Forse davvero la semplicità di un gesto in natura che diventa esempio cosmico di come funzioni quello che, per usare una parola modaiola ma maledettamente centrata, è la chimica degli incontri.


Carla


Noterella al margine. Queste riflessioni sono il mio modo per 'esserci' anche se non ci sarò. E mi riferisco alla inaugurazione di una libreria, sabato 16, che mi è molto cara che fa il suo debutto con la mostra delle tavole originali e la presentazione del libro.


mercoledì 13 settembre 2017

FAMMI UNA DOMANDA!


COLORI IN GIOCO

Quando si ha a che fare con un libro di Tullet si corre spesso il rischio di cogliere soprattutto l'esuberante inseguirsi di colori e di invenzioni grafiche, perdendo di vista la costruzione logica del libro, la sua struttura.


Meritoriamente L'Ippocampo edizioni pubblica ora un libro di Tullet del 2013, the Big Book of Art, pubblicato da Phaidon, uscito ora per il pubblico italiano con il titolo Giochi d'Arte. La traduzione italiana del titolo anticipa quella che è la filosofia di questo libro: unire l'aspetto ludico, con la sperimentazione anche casuale di arditi accostamenti di pagine, con quello più strettamente didattico. Infatti il bambino o la bambina che sfogliano questo libro sono invitati ad accostare forme diverse, a dar loro un senso, a scoprire quale evoluzione possono avere le forme e i colori.
Il libro, con robuste pagine cartonate, spesso tagliate a metà per consentire gli accoppiamenti più originali, è diviso in cinque parti, che riguardano scarabocchi, forme, colori, lettere e segni; ovvero, pagina dopo pagina, si susseguono schemi diversi, linee, pagine traforate, macchie, lettere, che possono essere composte insieme e poi trasformate nuovamente; qualche volta questi abbinamenti producono un'immagine cui è facile attribuire un significato: un omino seduto, un pesce che nuota. Ma spesso l'immagine che si produce può essere apprezzata per il rapporto armonico di colori, per le linee che si inseguono.


Nell'essere un libro 'pensato', in cui ciascun abbinamento ha un suo perché, è nello stesso tempo un libro 'ad altezza bambino', che parla la lingua dello scarabocchio, del pasticcio di colori così caro ai bambini.
E' un libro che si può usare così, direttamente, giocando insieme ai piccoli lettori e lettrici, sfogliando le pagine e divertendosi, ma può anche essere usato come matrice di infinite sperimentazioni, che possono, magari utilizzare materiali diversi, altre tecniche.


Ovviamente l'interazione con l'adulto è richiesta, ma non tanto nel senso che un bambino o bambina non saprebbe utilizzarlo, quanto per la preziosa esperienza della condivisione di un momento ludico e creativo, in cui ciascuno può mettere la propria capacità inventiva. D'altra parte, lo stesso editore ha proposto di Tullet un testo di didattica artistica, La fabbrica dei colori. I laboratori di Hervé Tullet, una vera e propria guida alle attività artistiche dedicate ai più piccoli, con l'accurata descrizione di materiali e modalità di realizzazione. La sua visione dell'attività creativa , che si evidenzia in tutte le sue opere, mira a rendere il bambino e la bambina padroni dei propri mezzi espressivi, così come li possono esprimere in quel momento; non importa tanto l'estetica del risultato finale, quanto l'esperienza stessa, la possibilità di sperimentare, insieme ad altri bambini o con un adulto, la ricchezza delle proprie capacità espressive.
Con buona pace di chi vorrebbe i disegni dei bambini precisi e ordinati.

Eleonora

Giochi d'Arte”, H. Tullet, L'ippocampo edizioni 2017

lunedì 11 settembre 2017

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


L'IMPORTANZA DI CHIAMARSI ...TUCANO

Tucano il tucano, David McKee (trad. Alessandra Valtieri)
Lapis 2017


ILLUSTRATI PER PICCOLI

"C'era una volta un uccello che non aveva un nome.
Aveva un becco enorme ed era tutto nero, tranne per gli occhi, che erano bianchi. Gli altri animali, che invece un nome ce l'avevano, ridevano di lui. E questo lo faceva soffrire molto. Un giorno, stufo di essere preso in giro, decise di partire in cerca di fortuna."


Montagne e fiumi non sono per lui un ostacolo. Arriva in città e si cerca un lavoro. Dopo un paio di tentativi andati a vuoto, diventa un ottimo trasportatore di pacchetti e cose varie: tra queste i barattoli di vernice, anche due alla volta. Per questa ragione lo chiamano tutti Two Can. Il giorno in cui Two Can prova a portarne tre di barattoli, succede uno sconquasso: i barattoli si rovesciano, il colore si spande ovunque e il povero tucano scivola per le scale imbrattandosi tutto di rosso, bianco e arancio. Quella vernice non va più via e il suo umore invece va a terra.


Riprende così la strada di casa, fiumi e montagne superati, arriva nella foresta di partenza. Questa volta tutto colorato. Nessuno riconosce in lui il tucano nero di partenza e quando gli viene chiesto il nome lui risponde candido, Two can. Sarà stato per il fruscio delle foglie o per qualche barrito più potente, fatto sta che gli animali capiscono 'tucano'. E da lì nessuno si è più mosso: quell'uccello dal piumaggio nero, con la pettorina bianca e dal gran becco arancio e rosso è ormai tucano per tutti.

Per festeggiare i 40 anni, la casa editrice Andersen Press, lo storico editore di David McKee, decide di ripubblicare nella sua prima versione del 1964 (ne esiste un'altra ridisegnata intorno al 1985 e totalmente diversa da questa, per volumetria e movimento dei personaggi) il suo primo libro, Two Can Toucan. 
Dell'originale rispetta ogni parte: formato, colori, lettering e l'alternanza delle pagine a colori con quelle solo rosse. Ed è un tuffo nel passato, nella tipologia di libro a risparmio (laddove solo un lato del grande sedicesimo era a colori, mentre l'altro era in B/N + un colore), nel tipo di segno di quegli anni in cui i libri per bambini si conquistavano più libertà cromatica e il segno si elaborava e si sintetizzava e arrivavano anche storie come queste. 


In Italia tutto questo prese forma, dopo qualche anno, con la collana Tantibambini, ideata da Bruno Munari per Einaudi. Che a rivederla oggi, con poco meno di una settantina di titoli, piange il cuore pensare che sia fallita per il prezzo troppo basso che i librai in quegli anni boicottarono.
Quadrati, un po' come Two Can Toucan, con una grande ricchezza non sempre felice di stili e registri, se non direttamente nel segno - sebbene i complessi intrecci della città e delle imbarcazioni di McKee molto mi ricordano quelli di André Francois (Il piccolo Marroncini, Einaudi 1972) - di certo nell'uso così spregiudicato del colore non possono non venire messi in connessione. Il mondo psichedelico anglo-americano, cui McKee con garbo e con misura allude, prorompe qui, complice anche la decina d'anni passati nel frattempo.


La storia di questo uccello nero, per forma e contenuto, avrebbe potuto essere uno dei titoli di Tantibambini.
E' innovativo a sufficienza.
A guardarlo oggi, Tucano il tucano, in questa sua prima versione, mi colpisce, non solo per le tinte piatte degli elefanti azzurri e delle tartarughe rosa, ma piuttosto per la grande capacità di sintesi del tratto, in particolare nelle geometrie delle architetture e nelle tessiture delle murature, delle cortecce o dei barattoli, ma anche nella fila dei tetri impiegati di banca. Il prato monocromo, rosso, su cui si impone la macchia nera dell'uccello ancora senza nome, è un piccolo capolavoro di modernità, un manifesto di quegli anni ruggenti.


Sebbene Tucano il tucano non sia stato il libro che ha dato la fama a McKee, tuttavia esso ha un tema di fondo che poi si svilupperà in Elmer, di qualche anno posteriore, che invece ha contribuito largamente a costruire la fortuna di McKee.
A ben vedere l'emarginazione del tucano è la stessa di Elmer, entrambi condividono l'allontanamento dal gruppo, entrambi cercano da soli una soluzione al loro problema, entrambi tornano 'cambiati' a tal punto da non essere riconosciuti. Per entrambi è previsto un finale lieto, quasi edificante.
Non entro nel merito del politically correct, perché la correttezza in questo ambito è davvero oscillante a seconda delle epoche, mi limito a prendere atto che Elmer è nato nella testa di David McKee dall'urgenza di scrivere una storia che stigmatizzasse certe forme di razzismo di cui lui stesso fu testimone, camminando per la città con sua figlia Chantel, ad evidenza quella stessa Chantel cui ha dedicato Tucano il tucano.


Tanto per chiudere il cerchio.

Carla


domenica 10 settembre 2017


LA 'QUASI' BACIOCCA

Era ancora l'estate, quella secca e calda, ed eravamo chiusi di sera tardi nel pastificio del cugino ad aspettare che le crostate cuocessero e si parlava di Baciocca.
Mai sentita e con un bel nome.
Eppure è la torta di cui tutta la val d'Aveto va fiera. La descrizione fatta dal cugino, e la presenza di taluni ingredienti a me cari, patate e pancetta, me l'hanno resa subito amica. Le crostate nel frattempo si sono cotte e siamo tornati a casa a cercare in rete la ricetta della Baciocca.
La vera Baciocca, apprendo nell'Internet, prevede la sfoglia come base. Particolare che il cugino aveva omesso o che io, inavvertitamente, non avevo colto. No, tirare la sfoglia con questo caldo non è cosa.
Fortunatamente viviamo in un paese creativo dove, per ogni cosa, si produce il suo 'quasi'. Ed ecco una quasi Baciocca senza sfoglia.



Ingredienti:
un chilo abbondante di patate
cipolla
olio
ciccioli un po'
parmigiano un po'
pangrattato un po'

Sbucciate le patate e mettetele a lessare in acqua salata. In un padellino fatte un soffritto di cipolla e ciccioli. Quando le patate saranno cotte, scolatele e nella stessa pentola o in una ciotola schiacciate a mano (guai il passapatate!!) con un pestello da pesto (se non lo avete usate il manico rotondo del matterello. Funziona a meraviglia).
Rotte le patate, aggiungete il soffritto e una manciata abbondante di parmigiano. Mescolate il tutto fino a ottenere un impasto poco uniforme (piccole scaglie di patate lo rendono tale) e piuttosto colloso (ah, l'amido...). Prendete la teglia più bassa e più grande che avete (io ho usato quella di rame da farinata), ma anche la leccarda del forno va bene, ungetela per bene e poi spolveratela di pangrattato. A questo punto, una manata dopo l'altra, spianate il composto di patate in modo uniforme e sottile il più possibile - al massimo un centimetro. Poi, con i rebbi della forchetta, tracciate delle righe perché la superficie resti scabra, mettetela in forno scaldato a 180° o 200° finchè non si sia dorata ben bene.
Buona subito ma anche tiepida.

Carla

venerdì 8 settembre 2017

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

SOTTO IL PELO DELL'ACQUA


E' uscito quest'anno, negli Stati Uniti, per i tipi della Chronicle Books, il nuovo libro nato dalla collaborazione fra Kate Messner  e l'illustratore Christopher Silas Neal : Over and Under the Pond.
Assolutamente ignorata dall'editoria italiana, questa serie di libri illustrati descrive con un linguaggio narrativo e a tratti poetico gli universi nascosti del mondo naturale.
In questo caso si esplora il mondo di uno stagno, popolato da un'infinità di creature. A esplorarlo sono una mamma e il suo bambino, su una barchetta.
Remando fra le ninfee e i gigli d'acqua, si ritrovano a guardare cosa si muove appena sotto la superficie: sono tartarughe, rospi, gamberi di fiume, pesci. Mentre sulla superficie si muovono miriadi di insetti, sotto una trota è in agguato.



Sulle rive, fra le canne, molti uccelli nidificano, oppure un alce bruca placidamente i suoi gigli; i castori raccolgono i rametti per costruire la tana, una lontra si butta in acqua o, appena più in là, un airone si apposta per pescare i pesciolini, che incauti gli si avvicinano. E in alto? Sugli alberi più alti si intravedono altri nidi, mentre il picchio con il suo becchettare segnala la sua presenza. 
Scende la sera e la mamma e il bambino tornano a casa; questo è il momento in cui si affacciano sulla riva tanti altri animali, dai rospi, alle raganelle, ai procioni, mentre il cielo stellato ricopre lo stagno e il mondo.



Come negli altri libri, anche qui il testo è breve, tende a descrivere con poche azioni la complessità di un habitat ricco di presenze animali e vegetali. Sullo specchio dell'acqua e al di sotto di esso si muovono creature grandi e piccole, si vive il dramma della predazione, la meraviglia della nascita e della trasformazione.

In questi libri, e in quest'ultimo forse in misura maggiore, si colgono due aspetti importanti del rapporto fra un bambino, o bambina, e la natura: da una parte se ne evoca lo sguardo curioso, indagatore, capace di soffermarsi sul dettaglio o di incuriosirsi di quell'ombra sfuggente appena intravista; dall'altro, il senso di stupore, di meraviglia, che accompagna l'esplorazione, le nuove scoperte e con esse le nuove domande. E' lo stupore dei bambini e delle bambine di fronte all'infinita ricchezza della vita; è lo stupore di chi non smette di interrogarsi.
Il testo, come dicevo, è evocativo, suggerisce più che spiegare e rende adatto questo libro anche a bambini e bambine dai cinque, sei anni. Ha un perfetto equilibrio fra testo e immagine e una sobria eleganza formale. Un nuovo esempio di quel tipo di divulgazione che ben si sposa con un testo narrativo anche se qui, a differenza dei testi della Desmond, l'intento esplicativo è ben più evidente. Una modalità che avvicina ai temi naturalistici anche quei bambini che ancora non si appassionano ai testi più sistematici o più analiticamente descrittivi.
Ancora una volta sostengo, invano, la pubblicazione di questa collana di libri da parte di un volenteroso editore italiano.
 

Eleonora

“Over and Under the Pond”, K. Messner e C. Silas Neal, Chronicle Books 2017


mercoledì 6 settembre 2017

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


I ❤ GLASER

SE le mele avessero i denti, Milton e Shirley Glaser 
(trad. Giuseppe Solinas)
Corraini 2017


ILLUSTRATI

SE le mele avessero i denti, sarebbero loro a mordere te.
SE i serpenti fossero salati, sarebbero come pretzel acciambellati.
SE le angurie avessero piume e piumini, sarebbero morbidi cuscini.
SE come le galline avessero le zampette, le tartarughe sarebbero veloci come saette.
SE i cetriolini venissero accarezzati, sarebbero meno acidi e più spensierati.


È un gioco, un gioco tra marito e moglie, su un treno.
All'Accademia di Bologna, allievo di Morandi, Milton Glaser si gode la sua borsa di studio Fulbright e durante uno dei tanti viaggi con Shirley gioca a 'SE' per passare del buon tempo e per tenere in allenamento le loro due fervide teste.
Lui, forse il designer più famoso al mondo, lei, una fotografa eccellente, entrambi usciti dalla Cooper Union di New York, si sposano nel 1956 e per due anni fanno base a Bologna e nel frattempo girano in lungo e in largo la vecchia Europa. 
Milton Glaser oggi, dall'alto dei suoi ottantotto anni, può dirsi senza falsa modestia un pilastro del design, della grafica e del visuale. Non basterebbero due pagine per elencare i premi e i riconoscimenti e i grandi nomi che hanno avuto la fortuna e il merito di affiancarlo in molte delle sue esperienze creative.
Frutto della sua arte sono alcune delle icone del design di sempre, le più citate sono il logo di I NY o il famoso profilo nero di Dylan, poster che ha venduto 6 milioni di copie, che sopravvivono al tempo.

M. Glaser, Man undressing 1990, Piero della Francesca mostra

Permeabile e sensibile all'arte classica europea, a partire da Piero della Francesca di cui è stato fine e acuto studioso, Glaser ha saputo elaborare un'etica e un'estetica che mi pare costituisca robusto fondamento per tutta la sua sconfinata e variegata produzione artistica.
Anche in questo libro che ha il sapore del divertissement mi pare si possa riconoscere una mano sapiente nel disegno e nella composizione dello spazio e nella sensibilità per il colore. 


Quest'ultimo è figlio di un'epoca precisa in cui l'effetto ottico della tavolozza doveva essere indelebile: rosa, verde, turchese, giallo acceso. 

Push Pin Studio

Basta ricordare un altro libro che da quegli stessi anni e da quello stesso studio, il Push pin Studio di Manhattan, arriva Libri!, illustrato da John Alcorn (Topipittori 2012), per capire a cosa alludo.
Sebbene il segno sia pop, tuttavia non si può fare a meno di notare il volume di un pesce sdraiato nel piatto, la decorazione delle piume di una gallina che si intreccia con un carapace da tartaruga, la scabrosità di un rinoceronte con il pullover.


E non posso non pensare guardando queste figure a Beni Montresor e a Sendak.
In una delle sue più recenti pubblicazioni, sorta di libro/catalogo delle sue opere, Drawing is Thinking (Nuages 2008), Glaser ragiona sul senso ultimo del disegno e, in particolare, dell'atto di disegnare. Dice testualmente: disegnare può essere considerata una forma di meditazione. La meditazione coinvolge lo sguardo sul mondo senza giudizio, permettendo a ciò che ci sta di fronte di diventare comprensibile. E a proposito della funzione dell'arte, prosegue dicendo: Credo che l'arte sia una forma di meditazione per creatore e testimone e, come la meditazione, l'arte ci renda attenti.
In questa prospettiva diventa chiaro quanto sia importante il disegno, sorta di maieutica per la comprensione del mondo che ci circonda.
Disegnare per capire. Il passo successivo del suo ragionamento si concentra sull'importanza del disegnare fedelmente. Il cervello progredisce attraverso la ripetizione, ovvero se si fa qualcosa di giusto più volte il cervello si rafforza, in caso contrario si indebolisce. Da qui si deduce che per esprimere un'idea occorre avere le dovute capacità.

 
M. Glaser, Figure in profile, studio per un manifesto School of Visual arts

 Torniamo indietro di un passo, ovvero all'attenzione. Cosa è secondo Glaser che attiva la nostra attenzione? Cosa muove la mente? Per più di sessant'anni della sua vita Glaser ha avuto come obiettivo quello di attivare l'attenzione di chi guardava un suo manifesto, una sua copertina di disco o di libro, una sua locandina di teatro, o una sua vetrina, o una sua pagina su una rivista o su un quotidiano. Lui se ne intende, come dire.


La sua risposta è articolata, ma ancora una volta profonda e sapiente: da un lato spetta all'ambiguità di certe immagini, di certi segni, accendere l'interesse dello spettatore, dall'altra questo tipo di arte, l'unica che secondo Glaser merita questo nome, è quella che cancella preconcetti e stereotipi e nel contempo ha il dono di risvegliare le menti da quel torpore, Glaser lo definisce immunità all'esperienza, che ci aiuta a non soccombere di fronte agli stimoli della realtà.
Quindi di fronte a un'opera d'arte nella sua ambiguità - quadro, poesia, pezzo di teatro che sia - noi ci svegliamo (spegniamo il pilota automatico) e ci rendiamo conto di essere al mondo: la nostra mente si è mossa.
Ebbene tutto questo mi sembra si possa leggere in trasparenza anche in SE le mele avessero i denti. 

 
In primo luogo l'ambiguità, l'incertezza che quel SE rappresenta in una felice sintesi, in secondo luogo il colpo di spugna nei confronti di ogni tipo di convenzione e preconcetto addormentatori di menti, nel mettere insieme serpenti e pretzel, rinoceronti e pullover, elefanti e aspirapolvere, angurie e piume. Last but not least un disegno, un segno apparentemente semplificato, in un ricercato gusto pop, che nasconde un'abilità nel tenere la matita in mano, frutto di un dono di natura, ma anche di tanto esercizio nel provare e riprovare.
SE, nella sua stretta relazione tra figura e lettering (la copertina ne è manifesto), nel disegno volumetrico, nell'equilibrio compositivo delle pagine, nei colori, nel divertimento assurdo del testo è un po' come il pulcino ancora chiuso nell'uovo: porta in sé il seme di una vita. 


Una radiosa vita da designer.


Carla

Noterella al margine: applausi al traduttore che ha inserito le rime, arricchendo se possibile, l'originale che non le aveva previste.

lunedì 4 settembre 2017

FAMMI UNA DOMANDA!


FINO A QUANDO LI VEDREMO


Quello della biodiversità e della sua fragilità è un tema che viene spesso trattato nei libri per bambini. Recentemente ho suggerito il libro di Nicola Davies  Tanti e diversi, che proprio ai bambini rivolge l'invito a proteggere quella molteplicità di forme che la vita assume nel nostro pianeta. Qui invece, con Animal Ark, possiamo esplorare una sorta di Arca di Noè virtuale, fatta di immagini fotografiche: Joel Sartore, famoso fotografo del National Geographic, insieme al poeta americano Kwame Alexander e alle sue collaboratrici, propone un testo che affianca alcune delle foto dell'Animal Ark ad alcuni haiku, brevi testi poetici che raccontano anch'essi per immagini la grandezza e la complessità del mondo animale.
Facciamo un passo indietro: 'Animal Ark' è un progetto di Sartore per il National Geographic, grande istituzione di ricerca e documentazione geografica e scientifica, che consiste nel fotografare il maggior numero possibile di animali in cattività, per documentarne anche lo stato, ovvero l'eventuale criticità sul piano della conservazione. Un grande patrimonio di immagini, a disposizione di tutti, per ricordare l'immensa ricchezza del mondo naturale e segnalarne l'eventuale fragilità. Le foto sono rigorosamente su sfondo bianco o nero, un ritratto vero e proprio che vuole mettere in primo piano la bellezza, la particolarità, l'unicità di ciascun animale. Sartore, come tutti i grandi fotografi naturalistici, fotografa anche sul campo e le sue foto e i suoi video sono visibili nel suo sito dedicato a questo progetto.

 
Che cos'è, allora, il libro Animal Ark. Poesia e immagini per celebrare la Natura ? E' il tentativo di seguire non una via didascalica, che insegni come e perché ciascun animale ha un suo posto nel mondo, appartiene a una nicchia ecologica, svolge un ruolo nell'equilibrio di un ecosistema, ma di colpire l'immaginazione e l'emotività del giovane lettore e lettrice attraverso l'associazione di immagini spettacolari, curiose, imprevedibili, con testi evocativi. E' un invito, espresso con grande immediatezza, a farsi prendere dall'infinita varietà e bellezza di questo fragile mondo e dei suoi occupanti animati. Grandi, piccoli, delicati o mostruosi, potenti o microscopici, comunque belli e soprattutto unici e irripetibili. Una specie di antidoto poetico all'ansia distruttrice che contraddistingue lo stare al mondo della specie umana, che ama farsi terra bruciata intorno, in certi casi in senso letterale, salvo poi infilare negli zoo o nei bioparchi gli ultimi esemplari rimasti di questa o quella specie.
Questo libro ha dunque due particolarità che lo rendono interessante: in primo luogo l'uso della fotografia, e non di una fotografia qualsiasi, che come sappiamo è poco utilizzata in questi anni nei libri di divulgazione; è un esperimento rilevante perché ripropone la fotografia d'autore e lo fa associandola a testi poetici. In secondo luogo, il messaggio non ha nulla di stucchevole o di rituale, come spesso avviene nei fotografici a tema, in cui gli animali sono il mezzo per stimolare facili emozioni, tenerezza versus consapevolezza. Qui il messaggio è chiaro: per continuare a godere di questa immensa ricchezza naturale tutti e ciascuno possono fare qualcosa. Gli autori non sollecitano i facili sentimenti che rendono godibile un libro di questo tipo, ma spingono ad aprire gli occhi e a farsi partecipi di un modo di pensare differente.
E' un libro per tutti e tutte, grandi e piccoli; sarebbe bello che su questo filone, della fotografia d'autore, ci si impegnasse di più. Può farlo sicuramente l'editore italiano del National Geographic, White Star, che ha a disposizione il pregevole patrimonio fotografico di un Ente così prestigioso.

Eleonora

“Animal Ark. Poesia e immagini per celebrare la Natura”, J. Sartore, testi di K. Alexander, White Star 2017