martedì 18 aprile 2017

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

TROVARE LA CHIAVE

La bambina dei libri, Oliver Jeffers, Sam Winston 
(trad. Alessandro Riccioni)
Lapis 2017


ILLUSTRATI

"Ho ATTRAVERSATO OCEANI di PAROLE per chiederti: VIENI VIA con ME?
C'è chi ha DIMENTICATO il LUOGO in cui vivo
ma su questa scia di PAROLE io saprò indicarti la STRADA."

Talvolta si tinge d'azzurro, è piccina, treccine composte ai due lati di una testa un po' sproporzionata che accoglie due grandi occhi da cerbiatto incantato. Ha gambine sottili che spuntano da un vestitino da marinaretta: è la bambina dei libri. Una bambina di Jeffers. Sembra che guardi lontano, seduta sulla costa di un librone rosso alto il doppio di lei, così come appare fin dalla copertina.


Quel libro, come spesso accade con i libri, è uno scrigno che va aperto, infilando una chiave mancante nella serratura che brilla al centro della copertina.
Non abbiamo la chiave per aprire il suo grande libro rosso, ma possiamo aprire quello che abbiamo in mano.
Apertolo, scopriamo i risguardi fitti di titoli di grandi storie concatenati una riga sotto l'altra. Poi il libro comincia con una pagina ingiallita e una penna e un calamaio che aspettano di entrare in azione, nelle mani di chi avrà voglia di scrivere una storia, si suppone.
Quello stesso foglio, girata la pagina, diventa vela gonfia di vento nel mare aperto delle storie che la ragazzina attraversa sicura.
Davanti ai nostri occhi la fantasmagoria si dispiega in tutta la sua pienezza: pagina dopo pagina, testi di romanzi, di fiabe, porzioni di racconti, parole di libri famosi danno vita a mari in tempesta, montagne da scalare, boschi da attraversare, castelli da cui fuggire, nuvole da raggiungere.


Ad ogni giro, la bambina e il suo giovane amico, vanno avanti sulla scia delle parole, attraversando scenari sempre diversi, ma sempre fatti di narrazioni che si snodano sotto i loro passi. Fino ad arrivare al mondo che gli appartiene: quello delle storie. Nella loro coloratissima casa, regno della fantasia, tutti potranno entrare.
Chiuso il libro, troviamo la chiave.

Trovare la chiave.
Ecco, ci ho messo molto tempo per riuscire a trovare la mia, di chiave, quella di interpretazione. Volevo dire qualcosa di onesto e, spero, sensato su questo libro che tanto mi ha dato da pensare.
Cercherò di essere il più chiara possibile nel percorso che ho fatto intorno a questo libro che ha testé vinto il BRAW, il Bologna Ragazzi Award 2017.
Partiamo dal principio, mettendo in luce un dettaglio.
Il dettaglio si concretizza in una 'stranezza': il libro esce con Lapis e non con Zoolibri che è lo storico editore di Jeffers per il mercato italiano. Le ragioni possono essere molte: prettamente commerciali, legate al mercato dei libri che è un mercato a tutti gli effetti con gente che fa affari e vende e compra titoli di libri. O forse a ragioni legate a una disattenzione temporanea di Zoolibri e, viceversa, a un occhio più attento di Lapis. Ma se invece non fosse disattenzione, ma piuttosto disaffezione temporanea? Non è possibile verificarlo.
Questo è stato il primo rovello.
Il libro vince uno dei premi più prestigiosi per la letteratura per l'infanzia e quindi finisce sotto i riflettori e diventa immediatamente una 'star'.
Ne sono felicissima perché Jeffers è uno dei miei autori di riferimento: uno di quelli che, io penso, finora non ha mai sbagliato un colpo, a parte L'incredibile bimbo mangialibri.
Di Jeffers mi convince il modo di raccontare lo iato tra mondo dei piccoli e mondo dei grandi; il suo costante riconoscimento nei confronti dei suoi bambini di sapersela cavare sempre; il suo senso dell'ironia; il suo gusto per l'assurdo che spesso prende la forma di veri e propri 'crescendo' di immaginazione; la sua capacità di saper cogliere la realtà con i vizi e pregi dell'umanità; la sua costante ricerca di sollevare grandi questioni senza chiudersi mai dentro risposte precostituite; la sua capacità di costruire storie bellissime che si sostengono senza bisogno di appoggiarsi ad un tema; la sua abilità a non essere mai didascalico e retorico; la sua abilità di rivolgersi a giovani lettori e lettrici in modo diretto.
Leggo La bambina dei libri con grande aspettativa, visto anche il BRAW, e mi colpiscono alcuni elementi.
Provo a elencarli.


L'impatto dell'immagine costruita con i 'paesaggi tipografici' di Sam Winston è fortissimo. Bellissimi, semplicemente bellissimi, per forma e 'contenuto', laddove essi sono costruiti con brani di libri (tradotti e modellati a seconda della lingua) che con la forma che costituiscono - onda, montagne, mostro, caverna... - hanno un robusto legame di senso. Il buco in cui la bambina si cala è costruito con un brano dalle Avventure di Alice nel paese delle meraviglie; l'onda con i Viaggi di Gulliver; la corda con Raperonzolo e via andare. Graficamente l'effetto è innegabile, anche se, da adulta, mi sarebbe piaciuto arrovellarmi un po' di più nella ricerca delle fonti e non trovarmele elencate con ordine, già nei testi o nei risguardi. Ma è condivisibile l'esigenza editoriale di risultare comprensibile a tutti. Da un maestro dei 'crescendo' mi sarei aspettata anche una scelta più ricca di riferimenti letterari (meno di quaranta titoli per raccontare il nostro immaginario letterario, non sono poi tanti). La scelta dei testi, per ovvie ragioni, è una scelta adulta che può coinvolgere i piccoli solo in alcuni momenti. E a questo proposito mi chiedo quanto questa fantasmagoria tipografica possa arrivare nella sua interezza ai lettori in erba, ma mi consolo pensando che, come spesso accade, l'albo illustrato parla diversi linguaggi percepibili da pubblici di lettori differenti. E quindi va anche bene così, forse. Ma non posso non istituire un confronto con la scelta che fece Ponti in Biagio e il castello di compleanno (Babalibri, 2005), dove l'immaginario, sebbene solo figurativo e non letterario, mi è sempre parso molto più condivisibile tra piccoli e grandi.


Secondo elemento. Il disegno. Riconosco lo Jeffers che mi piace: bambini testoni e magrolini che però sanno dominare il mondo, e lo spazio della pagina. Riconosco e apprezzo il tratto incerto di chi sa anche essere un grande artista e pittore. Apprezzo i grandi vuoti e il bianco e nero, che sfuma in ombre di acquerello grigio o azzurro e il fuoco di artificio della pagina del mondo. Riconosco il 'crescendo'. Riconosco il lettering che trovo perfetto, come negli altri suoi libri. Mi sento a casa.
E il disegno con il paesaggio 'tipografico': semplicemente perfetto. Un'armonia costruita a quattro mani per coltivare il senso di rinnovata meraviglia di chi sfoglia le pagine.
Terzo elemento, il testo. Un brivido lungo la schiena mi corre (e non solo a me) già alla pagina due quando leggo 'e sulle onde della fantasia scivolo veloce'. Nutro una 'idiosincrasia' per la parola fantasia in tutto ciò che attiene all'infanzia.
Non ho modo di spiegarlo nel dettaglio qui, ma credo dipenda dalla sovraesposizione di questa parola nella retorica adulta sull'infanzia. In questo libro compare ben tre volte. Non sono più a casa e, anzi, mi metto in allarme e cerco il testo in inglese e trovo, per esempio, and upon my imagination, I float. Quel my imagination è diventato sulle onde della fantasia. Ma perché? Perché immaginazione è diventato fantasia? La lettura è una precisa esperienza cognitiva che ha a che fare con l'immaginazione più che con la fantasia. La fantasia ha a che fare con lo scrivere, piuttosto. E soprattutto perché il my scompare, sottraendo alla bambina il suo ruolo attivo e personale rispetto alla sua 'fantasia'? 

 
Quarto elemento, che è di nuovo un rovello. La storia dov'è? È compressa dal tema che predomina su ogni cosa intorno: leggere fa bene.
Mi chiedo: c'è bisogno di dirlo o, peggio, di consigliarlo con tanta enfasi? Non sarebbe più efficace tentare di creare nuovi lettori leggendo loro libri meravigliosi, tutti quelli di Jeffers (anche il Bimbo mangialibri che è sull'orlo del baratro del didascalico, ma non ci cade dentro) per esempio?
Ecco che nella mia testa fa un passo indietro l'Oliver Jeffers che ha saputo parlare di lutto, di solitudine, di pochezza umana, di egoismo attraverso storie magnifiche che hanno avuto il merito di avviare il ragionamento nelle menti di giovani lettori e lettrici su argomenti così tanto importanti, quanto lo è l'amore per le storie. E si fa avanti, invece, uno Jeffers che rende omaggio, da adulto, all'immaginazione, o meglio al suo (o di Sam Winston) immaginario, costruitosi nel tempo attraverso le letture di Melville, Shelley, Defoe, Stoker, Grimm e gli altri.
 

Scusate l'ardire, ma io, nonostante il Braw, provo una disaffezione temporanea.


Carla




2 commenti:

  1. Sono un'appassionata di Oliver Jeffers e con me le mie figlie, del resto sono un po' di parte visto che ho studiato illustrazione (qualche anno prima) nella stessa Ulster University of Art & Design di Belfast di Oliver...ma condivido a pieno le tue critiche pur non avendo letto la versione tradotta in italiano ma solo l'originale. Ho ordinato A child of Books appena uscita l'edizione inglese e quando è arrivato, il primo impatto è stato sicuramente notevole, affascinata dal mergersi di immagini illustrate e maestria tipografica, ne sono uscita con un grande -wow!- L'effetto non è stato lo stesso per la mia bambina di 8 anni (che adora lost and found, the great paper caper e the incredible book eating boy...) poi mi sono soffermata sul contenuto, sull'anima della storia che in effetti non c'è o perlomeno non trasmette la vera magia del libro e della lettura perchè quella è data dalla storia e dal mondo che è contenuto in essa e raccontare (anche se con indubbia maestria grafica ed illustartiva) che la lettura fa bene e va oltre l'immaginazione non è sufficente a colpire l'immaginario di un bambino.
    Moira Bartoloni

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    1. appunto...grazie di avermi dato conferme.

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