mercoledì 19 luglio 2017

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


EL DUENDE, O DELL'INQUIETUDINE

Il catalogo dei giorni, Luca Tortolini, Daniela Tieni
Kite Edizioni 2017


ILLUSTRATI DA GRANDI (dai 12 anni)

"Ci sono i giorni in cui aspetti.
Una risposta, un risultato medico,
che l'autobus arrivi.
Non fai caso a molto altro.
Vai veloce e vuoi che un altro giorno inizi.

Ci sono i giorni felici e i giorni tristi."

Come si può immaginare, in questi giorni le decisioni vengono su da sole. Poi ci sono i giorni che non ti aspetti, quelli che vengono fuori dai ricordi, quelli che ti vedono in solitudine e con un gran freddo addosso, mentre il resto del mondo smania dal caldo. Giorni in cui ci si sente colpiti, feriti e si vorrebbe ferire per vendetta, ma poi passa e si rimane lì a chiedersi, ne sarebbe valsa la pena?
E poi ci sono le giornate stupide oppure confuse in cui si dà inizio a mille cose e neanche una se ne porta a termine.
E poi ci sono quei giorni fatali in cui prendi una decisione che sembra un taglio, un confine da non valicare più. E così deve essere e così è.
Niente paura, ci sono anche i giorni in cui si ama e in questi non fai altro che viverli. E osi, finalmente, vivere.


Ci sono autori che della forma catalogo hanno fatto, più o meno consapevolmente, la loro sigla espressiva ideale.
Luca Tortolini mi pare uno di loro. L'altra è la geniale Susanna Mattiangeli.
Nei libri di Tortolini che conosco meglio - Le case degli altri bambini (con le tavole di Claudia Palmarucci, Orecchio Acerbo 2015), che ha vinto come Opera Prima a Bologna lo scorso anno e L'inconnu (con le tavole di Daniela Iride Murgia, Notari, 2016)- la costruzione avviene per giustapposizione di scabri elementi singoli che poi, assemblati, danno un quadro d'insieme su un tema voluto: abitare, essere un bambino.
Il catalogo dei giorni questa cifra la dichiara già dal titolo. E altrettanto presto ci si rende conto che si è in un libro 'da grandi'. Quello speciale gruppo di 'grandi' che è lì a macerarsi in mille dubbi esistenziali, che vive tutto attraverso grandi emozioni, che vive l'imperfezione come una macchia visibile e indelebile, che ama isolarsi ma anche essere cercato...insomma, gli adolescenti.


Io non so dire se Luca Tortolini lo abbia scritto, guardando loro o più probabilmente la propria adolescenza, ma tanta inquieta catena di situazioni io la ascrivo a chi sta cercando un proprio posto nel mondo. 
E l'adolescenza è il momento per cominciare a farlo.
La forma quasi poetica che Luca imprime a questa intima e spesso malinconica riflessione sull'avvicendarsi dei giorni e delle emozioni mi pare distante anni luce dal catalogo ideale delle giornate di un bambinetto o di una bambinetta di 6 o 7 anni. Per contrasto è perfetta, nella scelta di poche frasi dal tono universale nella loro indeterminatezza, per accendere la riflessione di uomini e donne in erba.


Se è lontana dall'infanzia è invece puntuale nel descrivere una giovane donna che aspetta l'esito, forse, di un test di gravidanza, o una figlia che ricorda, forse, la propria madre nell'infanzia, o un giovane uomo, forse, ferito nell'orgoglio e anche un po' nell'apparenza, o ancora adulti che con tragica consapevolezza indossano una maschera pur non volendolo. Senza forse.


Il dialogo silenzioso e intenso che le illustrazioni creano con il testo è l'altro elemento che mi conferma una complessità di riflessione piuttosto adulta. E il registro che esse hanno -più spesso 'lunare' e talvolta 'solare' con una sorta di duende che le attraversa- si adegua al tono intimo delle riflessioni di Tortolini.
Kite, peraltro, non mi sembra nuova a questo 'utilizzo' della forma e del linguaggio dell'albo anche per un pubblico ben più cresciuto.
E allora ben vengano le interpretazioni simboliche e anche molto terrene di Daniela Tieni, che in più di un caso sa raccontare uno stato d'animo collocandolo in un contesto riconoscibile, dandogli però allo stesso tempo quel carattere di simbolo universale. I soli su una coperta che deve togliere un freddo di solitudine ne sono il paradigma.
La tavola conclusiva vale tutto il resto del libro. 
E brava Daniela Tieni, così tanto cresciuta nella consapevolezza del colore e dello spazio in generale, e del bianco della pagina in particolare, rispetto a Confesso che ho desiderato.
Detto che un catalogo lavora per accumulazione, giustapposizione di immagini e/o parole per fornire in fondo una visione unica, d'insieme, resta da chiedersi quale sia l'oggetto di detta visione. Io credo di saperlo, dall'alto dei miei 57 anni: è la vita.



Carla

Noterella al margine. Un dettaglio mi ha colpito, l'uso alternato -nell'incipit pressoché sempre identico a se stesso- dell'articolo determinativo che arriva felicemente e poi tristemente scompare...chissà. Continuo a pensarci.

lunedì 17 luglio 2017

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


CATTIVI E PIU' CATTIVI



E' indiscutibile che un Carcharodon carcharias, ovvero grande squalo bianco, appartenga alla categoria dei cattivi. Talmente tanto da incarnare, nel nostro immaginario, il super predatore alla cui vista un essere umano non può che impietrire dalla paura. Ma Bertrand Santini, geniale autore de Lo Yark, nel suo nuovo libro, Giona. Lo squalo meccanico, ci suggerisce una diversa riflessione.
Il protagonista è, appunto, Giona, uno squalo meccanico ed ex stella del cinema, protagonista di una serie di film horror, e qui ogni riferimento è assolutamente voluto. Insieme ad altri protagonisti, di metallo e plastica, di numerosi film, passa il suo tempo terrorizzando gli annoiati spettatori di un parco di divertimento a tema, MonsterLand.
Ma i suoi ingranaggi sono ormai deteriorati e il cinico proprietario del parco lo vuole impietosamente rottamare. A salvarlo ci pensa l'amico Grogzilla che, incurante del pericolo lo porta fino al mare. La nuova vita di Giona, mosso dal desiderio del tutto irrazionale di trovare la sua mamma, è piena di insidie. Convinto di fare la cosa giusta, si presenta di fronte a una spiaggia turistica, terrorizzando tutti i presenti. 


In questa occasione incontra quello che sarà un nuovo decisivo amico, Loopy, un pinguino saltarocce, ma soprattutto scatena una spietata caccia allo squalo, cui partecipa un losco, ributtante individuo, di nome Grisby, ex lupo di mare con una scimmia male impagliata sulla spalla.
Tutto sembra volgere al peggio, quando una balena dalla memoria lunga consiglia ai due malconci fuggitivi di cercare in Antartide una certa fata dai capelli turchini, che potrà realizzare al meglio, forse, il desiderio di quel cuore puro, assolutamente metaforico, di un pescecane finto.
Come lo Yark, anche Giona, nel suo incarnare la 'cattiveria' di un predatore, risulta molto più onesto di tutti i benpensanti che gli danno la caccia, la cui vita è infarcita di molteplici crudeltà. Ma qui il discorso dell'autore, affiancato dai disegni di Paul Mager, si fa più complicato: non si tratta solo di provare simpatia per un personaggio teoricamente 'cattivo', come per altro spesso accade. Si tratta di ribaltare il punto di vista, guardando al genere umano per quello che sta dimostrando di essere. Un crudele sistematico distruttore di natura e di vite. Ma Santini si guarda bene dal farci una predica: il suo linguaggio è comico, grottesco, eccessivo, ti strappa una risata anche quando racconta qualcosa di orribile. C'è amarezza e disincanto nel suo sguardo sul mondo, ma c'è anche la risata liberatoria che accompagna la rivincita dei reietti, dei 'mostri' cui la civiltà dà la caccia pur considerandoli eticamente indispensabili.


Giona è sicuramente una storia più complessa rispetto a Lo Yark, densa di riferimenti cinematografici e di riflessioni pungenti su ciò che siamo; ma non è mai pedante, anzi, l'autore irride con una vena quasi goliardica all'ipocrisia del perbenismo dominante.
E' una lettura a più livelli, che risulta divertente a partire dai dieci anni, ma che può suscitare interessanti questioni in quei ragazzi e quelle ragazze che cominciano a farsi domande più serie su chi è davvero cattivo, anzi direi sulla natura stessa della cattiveria.
Bene ha fatto l'editore Officina Libraria che con il suo marchio LO ha portato in Italia due storie, che presto, a quanto pare, diventeranno anche film e che, credo, rimarranno ben impresse nella memoria di lettori e lettrici.



Eleonora

“Giona. Lo squalo meccanico”, B. Santini, Officina Libraria 2017



domenica 16 luglio 2017


LA TORTA DI PANE VECCHIO

Sono cresciuta con alcune certezze: una, che il pane ancorché vecchio e duro non vada mai buttato. Tanto mi deve aver colpito questo diktat impartitomi nell'infanzia che io, a tutt'oggi, del pane non butto nulla. Delle fette avanzate faccio pan grattato, conservo tutti i cupizzi delle mie pagnotte, distribuisco equamente le briciole tra piccioni sul davanzale di sinistra e merli e passeri nella vaschetta del terrazzo a destra. Dei cupizzi in particolare, per durezza, faccio elargizione alla scrofa Elena (di troia), che appartiene a Clara, la signora che vende le verdure al mercato.
Adesso però ad Elena arriva più poco, perché ho scoperto questa torta qua.
E la ricetta arriva da un altro pezzo della mia infanzia, Il cucchiaio d'argento, libro che non poteva mancare nelle case delle signore. Il mio, o meglio quello di mia madre, Mallalla, data 1962, con dedica che segna un'epoca.



Ingredienti
200 gr di pane raffermo
2 bicchieri di latte
1 cucchiaio di farina
5 gr di lievito
100 gr di zucchero
2 tuorli
un pizzico di sale
la buccia grattugiata di un limone e/o di una arancia
uvetta
burro e pan grattato


Fate a pezzetti il pane quindi mettelo in una ciotola capiente e versatevi sopra il latte. Lasciatelo riposare fino a che tutti i pezzi non si siano ammorbiditi. Se c'è molto latte avanzato, scolatelo altrimenti versate il tutto in un frullatore e frullate fino a che non otterrete un composto morbido e vellutato. Riversate il tutto nel ciotolone di prima e aggiungete la farina setacciata con il lievito, lo zucchero e le uova. A questo punto aggiungete le uvette e la buccia grattugiata di limone e/o arancia. Abbondate di quest'ultima.
Avrete ottenuto un impasto ben liquido che verserete in una teglia rigorosamente angolare che avrete prima imburrato e cosparso di pan grattato. Lo spessore dell'impasto deve essere alto al massimo un dito.
Infornate a 160° e fate cuocere per 50 minuti, cioè fino a che non comincia a colorirsi.
Una volta freddata, cospargetela di zucchero semolato (non a velo).





sabato 15 luglio 2017

ECCEZION FATTA!


IN VIAGGIO CON PINOCCHIO



Questa è davvero un'eccezione che vien fatta in un blog che per statuto si è dato quello di ragionare di libri, quelli di carta, sulle loro figure, sui loro contenuti.
Solo di rado, una ricetta, per il 'gusto' di non prendersi troppo sul serio.
Dopo aver fatto un paio di viaggi lunghi in macchina e aver ascoltato attenta attenta Il posto di Annie Ernaux e poi Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa e aver sbuffato un po' a un giallo ambientato a Foggia, di cui non ricordo il titolo e men che meno l'autore, non posso far finta di niente e continuare a ignorare gli audiolibri.
Vivo con un lettore compulsivo che ha gioito quando ha capito che la sua biblioteca poteva diventare smisurata e potenzialmente infinita e nello stesso tempo essere tenuta in tasca, stipata in un rettangolino sottile di plastica rigida con svariati pixel su un lato. Quando poi questo stesso lettore ha scoperto che durante i suoi lunghi viaggi in macchina come compagni di solitudine poteva contare sul principe di Salina o sulla professoressa francese ha ri gioito.
In macchina con lui però sono saliti anche Toni Servillo e Sonia Bergamasco.  
Loro hanno dato voce ai libri citati.
E resta da chiedersi se siano stati capaci di mettersi comunque a sedere 'dietro' al libro letto ad alta voce per il docente pendolare? Io, una mia idea la ho.
In tutta onestà, testati sul campo, gli audiolibri sono utili, piacevoli, risolutivi per un pubblico avvezzo. Riempiono di senso momenti della giornata che di senso non ne hanno e hanno il pregio, rispetto a programmi di culto come Ad Alta Voce dentro Fahrenheit, di essere sempre pronti all'uso (evitando il podcast a cui peraltro va dato merito di essere lì sempre a disposizione).
E sul pubblico non avvezzo che effetto hanno? Non ho casistica sufficiente per dire qualcosa. Malgrado ciò, devo tenere presente che io per mestiere mi rivolgo a una precisa fetta di pubblico non avvezzo (con la non recondita speranza che lo diventi, prima o poi, avvezzo): i bambini e le bambine.
E allora è normale che io mi interroghi su qual è l'uso sano che loro possono fare di un audiolibro? E quale quello che possono farne soprattutto i loro adulti di riferimento?
Provo a elencare un paio di riflessioni in merito.
Gli audiolibri sono libri, che del libro hanno perso alcuni importanti elementi, e che per questo motivo vanno usati diversamente. D'altro canto ne hanno acquistato degli altri che li rendono oggetto interessante da studiare.
Devo necessariamente schematizzare ma direi che gli audio li hanno perduto 1) la consistenza materica del libro, il suo formato (la cura grafica è un valore riconosciuto e perseguito in particolare dalle piccole case editrici di qualità) 2) hanno perso il codice iconico. Niente più figure a suggerire ulteriori dettagli non presenti nel testo, a creare suggestioni, a solleticare il nostro imaginario e la nostra educazione al visivo e al bello. Ne consegue che essi 3) hanno perso la relazione dell'immagine con il testo che tanto importante è per lo sviluppo del pensiero, 4) hanno perso la condivisione che si esplica nell'atto del leggere assieme. Forse sarebbe più corretto dire che gli audiolibri hanno messo in disordine i ruoli canonici tra lettore e autore, ma soprattutto in ambito strettamente emotivo tra lettore e ascoltatore. Per questa ragione mi piacerebbe pensare a un adulto che con un piccolo ascoltano insieme la medesima lettura e non piuttosto un adulto che si defila, delegando all'audiolibro l'intrattenimento e l'occupazione del bambino 5) hanno azzerato il tempo personale del lettore. Con un audiolibro mi riesce difficile immaginare un ruolo così tanto attivo da parte dell'ascoltatore che lo porti a tornare indietro o andare avanti a proprio gusto. In questo senso l'audiolibro rischia di impigrire il lettore non particolarmente appassionato.
Per converso gli audiolibri 1) hanno conquistato tempi altrimenti dedicati alla noia. Bene, anche se io personalmente lo considero un peccato, parlando di infanzia, 2) si stanno conquistando il ruolo di 'fratelli maggiori' che affiancano e sostengono il lettore in erba o il lettore con difficoltà che fatica nella decodifica della pagina scritta 3) hanno dalla loro una coloritura, a volte interpretativa ma sempre abbastanza onesta, data dalla voce che nella pagina scritta e silenziosa si perde, 4) hanno ampliato il raggio di 'esplorazione' letteraria, alleggerendo di fatto l'esercizio del leggere (e del cosa leggere), 5) hanno il merito di sottolineare il valore 'sonoro' della lingua. Ma questo è merito che viene loro riconosciuto da lettori già forti, in cerca di raffinatezze letterarie.
In tal modo i due piatti della bilancia sembrano essere in equibrio, tuttavia mi pare evidente che i due oggetti, il libro di carta e l'audio libro, siano piante molto diverse tra loro che condividono il terreno che le nutre ma che, appena sopra la sua superficie, si differenzino parecchio.
La stessa differenza che esiste tra il leggere e il narrare. Non è poca.
Basta saperlo e prenderne atto.
A quel che capisco la casa editrice 'storica' per gli audiolibri è Emons, cui fa seguito Salani. Più piccola ma ben diffusa è la collana degli audiolibri di classici, curata da Biancoenero Edizioni. Tuttavia, mi piacebbe sottolineare che ci sono anche esperienze piccole, minuscole ma curate, come quelle di Locomoctavia di Daniele Fior (con la chitarra di Francesco Catalucci) di cui ho sentito, capitolo dopo capitolo (non più di 5 minuti ciascuno) i 36 che raccontano in tre magnifiche ore che volano il Pinocchio di Collodi.
Un dubbio resta, ma non è ancora tempo per scioglierlo. Contribuiscono gli audiolibri alla costruzione di un lettore o di una lettrice? La risposta potrebbe arrivare fra qualche anno.
Intanto, continuiamo a leggere e ad ascoltar leggere.



Carla

venerdì 14 luglio 2017

LETTERE DI SCOIATTOLO A FORMICA (idee a due teste)


Sai Formica,
Ti ho appena scritto, ma son qui inquieto che mi giro e rigiro e non riesco a prendere sonno…
Se è vero che per prendere coscienza della propria natura, bisogna partire…cosa succede a chi non lo fa? Cosa succede a chi non ha il coraggio per muoversi verso un se stesso più vero, o a chi magari non riesce a immaginarsi in nessun posto al di fuori di quello che conosce da sempre?
Penso ad esempio all’albo L’undicesimo passo1, a quel piccolo leoncino che, abituato come è alle misure ristrette della sua gabbia che misura giusto giusto dieci passi, non riesce a compiere l’undicesimo (e il dodicesimo, e il tredicesimo) nemmeno quando il guardiano dimentica la gabbia aperta e lui potrebbe scappare via, lontano, verso la libertà.
Davvero il condizionamento può essere così forte da annullare ogni iniziativa? E’ proprio come nelle illustrazioni, dove tra sbarre, alberi e paletti l’elemento orizzontale è talmente frammentato da non concedere più un briciolo di prospettiva, un pezzettino di orizzonte?


Evidentemente sì, perché il leoncino non solo non scappa, ma si mette addirittura a dormire e verso sera, quando sente l’odore del cibo, torna nella gabbia per mangiare. 
Ah! quanto avrebbe avuto bisogno il leoncino di una voce altra che gli indicasse la possibilità del sentiero. 
Ecco, nuovamente gli altri, le persone…anche i libri! Anche se mi hanno confuso a proposito dei coccodrilli, so che sono strumento di libertà.
Ecco, Formica, è così che mi succede…quando faccio questi ragionamenti mi chiedo…ma si può scegliere davvero? E mi viene in mente il libro dove veniva raccontata la storia di quei due vecchietti che volevano un gatto.2
Erano anziani, loro, e si suppone che conoscessero la propria natura. Eppure, quando si tratta di scegliere un gatto, ecco che il vecchietto si lascia abbagliare da mille, ma che dico! da milioni milioni di gatti tutti diversi e bellissimi che si affollano sulla collina. Lo hanno scelto il gatto?
O forse non sono stati il caso e la circostanza e le decisioni dei gatti a scremare fra i mille?


Forse se avessero saputo esattamente quello che volevano, lo avrebbero trovato… ma se così stanno le cose, torniamo punto a capo alla ghianda che contiene la quercia, al 'divieni ciò che sei'.
Guarda, Formica già che ci sono preferisco vuotare il sacco e parlarti di un altro libro che occupa un posto speciale nel mio cuore, indeciso come sono nell’interpretarlo. 
Lo conosci sicuramente: si tratta di Cip e Croc, di Alexis Deacon3… anche qui due uova campeggiano in primissimo piano affacciate sull’universo infinito. Dalle due uova escono due cucciolini: un pappagallino implume e un tenero coccodrillo.


A differenza di Guji Guji, però non ci sono mamme né altre figure di cura. A differenza dell’Orso che non c’era, poi, non ci sono bigliettini.
Niente insegnamenti, niente esempi, niente istruzioni o definizioni. 
I due non conoscono altro che se stessi e solo l’uno nell’altro possono specchiarsi e riconoscersi. Esistono, e nemmeno di questo (forse) sono consapevoli. Sperimentano (tanto) mutuano reciproci istinti, e crescono insieme. E solo allora, dopo essere incappati nei rispettivi branchi a cui verosimilmente appartengono, capiscono di non essere fratelli e, addirittura, si accorgono di essere diversi l’uno dall’altro.



Animati da zelo coscienzioso, si separano per ricongiungersi agli altri pappagalli e agli altri coccodrilli, ma si accorgono presto che la loro esperienza li ha irrimediabilmente allontanati dalle loro famiglie di origine biologica. Così entrambi se ne vanno, rinunciano al branco per tornare alla loro specialissima unione.
E, sebbene a una primissima lettura tutto si volga al meglio, io non riesco a tacermi delle inquiete domande…essere cresciuti assieme li ha arricchiti o impoveriti? Tornare al branco non sarebbe stata per loro l’occasione di conoscere e condividere le proprie pulsioni originarie di pappagallo e coccodrillo, lontani dagli atteggiamenti ibridi che non hanno scelto, ma semplicemente vissuto?
Così, mi soffermo sull’immagine con cui si chiude il libro e mi domando…è una scelta consapevole, o un richiudersi nel caldo confortevole del proprio guscio? Una vittoria di consapevolezza o una occasione mancata, l’abbraccio che sto guardando?


Ti saluto con questo rovello amletico, Formica, sicuro che saprai tirare le fila per concludere queste lunghe riflessioni e confido nella tua sapienza, con cui mi indicherai nuove strade…

Scoiattolo




Accidenti Scoiattolo!
Bruscolini! diciamo noi nel formicaio dove vivo.
Mi chiedi un impegno non indifferente, anche per una formica che di grandi pesi sulle spalle ne porta spesso.
Tirare le fila di quanto ci siamo scritti...
Abbiamo fatto insieme così tanta strada che il punto di partenza mi appare sfuocato ormai. Tu non dovresti averlo dimenticato, però, visto che era la tua coda a essere in pericolo.
Tutto è partito da un'ignoranza e da un'ipocrisia. 
Ignorare che i coccodrilli sono pericolosi e non sono vegetariani è cosa grave. Ma più grave ancora è far finta che non sia così. E se ti ricordi abbiamo lasciato da parte i libri ipocriti (e sono molti) per prendere in considerazione quelli che danno al coccodrillo, al lupo e, forse anche un po' al cane, quello che gli compete per natura.
Il passo è stato breve e siamo subito finiti a parlare di educazione. 
Non spetta forse all'educazione il merito di farci essere il meno bestiali possibile?
Sia a me sia a te però è subito salita l'insofferenza verso chi decide di imbrigliare troppo quella che è la natura di ognuno. Abbiamo rivendicato l'autonomia di scelta di coccodrilli e di leoni.
Io, poiché sono formica e di briglie ne so molto, mi sono permessa di farti conoscere una serie di storie in cui la ribellione a convenzioni e stereotipi è perno della narrazione.
E poi siamo arrivati insieme sullo stesso libro, che è sembrato a entrambi essere il più adatto per trovare un senso a tutti i nostri ragionamenti. Tuttavia, essendo un vero capolavoro, lui, il libro, con abile mossa di scarto, ha evitato di dare risposte e ha generato ipotesi interpretative ancora ulteriori. 
Giustamente lo hai notato: eravamo in mezzo al guado.
Non mi sono arresa io e neanche tu. Abbiamo cercato storie di riscossa, di riscatti, di scelte in avanti e di grandi ritorni e abbiamo attraversato libri magnifici. 
E ci è piaciuto pensare e sperare che ciascuna creatura abbia il dovere, prima ancora che il diritto, di essere ciò che vuole essere.
Che ciò avvenga seguendo la propria natura o attraverso la cultura, non sembra più così importante.Sappiamo anche che per farlo, attraverso la cruna di un ago deve passare, ovvero ognuno di noi deve imparare a conoscersi e ad accettarsi. 
E il passaggio è obiettivamente angusto. 
Siamo entrambi consapevoli che a questo punto inizia il viaggio e che le direzioni da prendere possono essere infinite, possono (o forse è più giusto dire devono) tenere conto dei contesti che attraversano, delle persone che incontrano, ma anche dare voce all'istinto. Tuttavia, come che sia, la scelta verso quale parte dirigersi è inevitabile e la si deve fare in solitario, auspicabilmente. 
Tu che sei, è noto, più buono di me e anche molto più dubbioso sei lì che ti prendi cura di chi non sa partire. E ragioni e rifletti e, più di ogni altra cosa, ti maceri nell'incertezza di alcune interpretazioni. Mi porti come esempio Cip e Croc e intorno alla loro scelta di andare contro la biologia che li ha determinati (o che ci ha provato?) ti domandi e mi domandi se sia la scelta giusta.
Non ho la risposta, perché onestamente credo non ci sia una sola risposta. O forse addirittura nessuna risposta sia la risposta.
Posso però dirti che Cip e Croc mi hanno sempre molto fatto venire in mente una storia indiana che sullo scegliere da che parte del fiume stare trova il suo senso più profondo.4 
Elefanti su una riva e bufali sull'altra. In mezzo al guado, un elefante che, con DNA da elefante ma cultura da bufalo, deve decidere.
Non ti dico da che parte andrà. E' importante ma non fondamentale.


La chiave sta nel sentirsi consapevole, libero e felice nel farlo.
Ti voglio bene perché io e te ci siamo scelti con consapevolezza, libertà e felicità.

Formica



[fine]








1S. Taghdis, A.R. Goldouzian, L'undicesimo passo, Valentina Edizioni 2016
2W. Gag, Milioni di gatti (trad. C. Rocchi), Elliot 2016
3A. Deacon, Cip e Croc, Settenove 2015
4A. Ravishankar, C. Piper, L'elefante non dimentica (trad. Laura Cangemi), Corraini

giovedì 13 luglio 2017

LETTERE DI SCOIATTOLO A FORMICA (idee a due teste)


Caro il mio Scoiattolo pieno di dubbi e di domande.
Scusa, ma mi pare che nella tua testolina regni una gran confusione.
E forse è giusto che sia così.
Io, da parte mia, credo che tutto debba passare per la cruna dell'ago.
Io riprenderei il discorso dalla ghianda che contiene in sé la quercia... sarà per deformazione professionale?
Non posso che darti ragione: ognuno di noi contiene in sé una buona parte di sé, il resto è educazione, condizionamenti, esperienze e molto altro ancora.
Se così stanno le cose, è compito di ognuno imparare a convivere con il proprio sé, ovvero, passare per la cruna dell'ago.
Ti racconto brevemente la storia letta in un libro pazzesco con un solo tratto nero che disegna ogni cosa sul bianco del foglio.1 È la storia di uno che era convinto di non essere completo. Per questo motivo decide di cercare il suo spicchio mancante.


Alla fine lo trova, sai? Eppure, nonostante la momentanea gioia, la convivenza fin dall'inizio si rivela difficile, a tal punto che il pezzo 'mancante' viene di nuovo abbandonato e lasciato al suo destino. Questo è per dirti che spesso le convenzioni e gli stereotipi sono d'impaccio per la felicità delle creature semplici.
Il voler essere a tutti i costi belli e perfetti si nutre e cresce su stereotipi e convenzioni, o no?
Portando con sé il pezzo mancante, quel poveretto non poteva più cantare, guardarsi intorno, fare le cose con calma, annusare il profumo dei fiori.
E allora, meglio essere imperfetti che infelici. Accettarsi per ciò che si è, con un pezzo che manca.


Ed ecco la cruna si fa ancora più stetta.
Sta a sentire, però, perché la storia non finisce qui. Questo libro ha un seguito, anche questo con un solo segno nero che attraversa le pagine candide.2 Rammenti il pezzo abbandonato, quello che poteva essere il pezzo mancante di qualcuno ma non lo è stato? Bene, lui al momento, causa l'essere stato abbandonato, causa la sua crescita inaspettatata, vive una profonda crisi di identità. 



Sta lì pieno di angoli, lui che invece vorrebbe essere tondo (ha visto la rotondità e gli è piaciuta).
Come è capitato all'Orso che non c'era, anche lui nell'incontro con l'altro trova un po' di risposte e forse anche la soluzione dei suoi problemi.
Qui, giovane amico mio, la cruna dell'ago, come ti dicevo, si stringe: non si tratta di accettare se stessi, ma piuttosto di lavorare su se stessi al punto di arrivare a essere altro.
"Ealzaespingiesbattiealzaespingiesbatti" tu come credi che sia andata a finire?


Sto divagando? Vuoi che torni ai lupi di partenza? Lo posso fare sai, perché conosco bene la storia di un altro che - "Ealzaespingiesbattiealzaespingiesbatti" - da cane si è fatto lupo. Avrai letto la storia di Buck, suppongo.3
Parrebbe che quel cagnone lo faccia per necessità: la ferocia del branco da cui difendersi, la lotta per la sopravvivenza, la fame (vedi che torna?).
O molto più sottilmente, deriva dalla capacità di questo intelligente cane di dare ascolto a quella parte di sé che la vita sociale accanto all'uomo in lui aveva quasi del tutto soffocato? 
Non è forse un richiamo che sente verso la Wilderness?


Ti ricordi Rex, il piccolo cane che era lacerato da due impulsi "l'impulso innato di cacciare e uccidere, e l'arcano, secondario, tardivo impulso di amare e obbedire" ? Ecco, anche qui, con il possente cane Buck, succede la medesima cosa.
È la natura che si fa consapevolezza.
Scusami, ma non posso resistere e non citarti un altro fantastico esempio di 'richiamo', ovvero di natura che prende il sopravvento al di là di ogni convenzione sociale.
Tu che sei animale del profondo Nord conoscerai il mito della donna foca che, ambivalente per natura, vive nel mare con il suo branco e solo nelle notti di luna piena arriva a terra per ballare al suo chiarore, spogliandosi della sua pelliccia. 



Abbandona su una roccia il vessillo del suo essere selvatico, la pelle di foca, che un contadino, colpito dalla bellezza della donna, trova e nasconde. Lo fa per amore - di nuovo l'amore, accidenti - e tiene con sé la fanciulla.
Dopo la disperazione iniziale, insieme mettono su famiglia e il lato ferino della donna sembra dimenticato, sopito. Fino al giorno in cui suo figlio ritrova per caso la pelle rubata e scomparsa...
Ti mostro la versione che ne ha dato un genio dell'illustrazione, Nicholaus Heidelbach.4


Dai Scoiattolo, la fine la puoi intuire. E se non la immagini, vai e documentati (parti dalla parola Selkie e poi vai sempre diritto).
Io nel frattempo vado diritto a letto e mi schiaccio un pisolino.

Formica


Carissima Formica…
Ti accorgi che quando si parla di consapevolezza si parla anche di viaggio? Come se afferrare la natura e farla propria fosse possibile solo tramite uno spostamento, un cambio di contesto essenziale per prendere coscienza di cose prima invisibili. Così è stato per l’Orso che non c’era, per il cerchio del Pezzo mancante e anche per Buck.
Quando citi Buck, e io ho la tentazione di non dire più nulla al suo cospetto, tanto grande è stato il suo cambiamento, tanto grande la sua consapevolezza. Anzi no, qualcosa potrei dire…
L’evoluzione di Buck, cara amica, prende l’avvio da avvenimenti non dipendenti da lui. Non sappiamo mai quanto siamo alti finché qualcuno non ci chiede di alzarci diceva una poetessa5, e sicuramente Buck ha scoperto di essere Buck perché la sua storia gli ha imposto di alzarsi.
Cosa sarebbe stata la vita di Buck senza la scoperta dell’oro o senza l’intervento del sottoposto col vizio del gioco non possiamo saperlo, ma sappiamo per certo che alcuni il cambiamento se lo vanno proprio a cercare.
Mi hai parlato di crune di aghi che mi fanno venire in mente i cammelli, e mi sa che uno lo ho conosciuto anche io… la sua storia era in un libro6: un tranquillone che lavorava in un circo, e che si annoiava del tran tran quotidiano. Un bel giorno prende e decide di andare in città, per cambiare vita, come Lafcadio. E quando gli si presenta l’opportunità di lavorare come cavallo per i giardini comunali, non se lo fa dire due volte. Del resto nulla gli manca: ha gli zoccoli, quattro zampe un muso con due narici, proprio come un cavallo. Le gobbe? sono solo il brutto ricordo di un incidente con due noci di cocco. Il muso tozzo? Solo la scivolata contro un muro. Ecco, questo cammello trova allegramente il modo di infilarsi in una esistenza che sente più adatta per sé, ancora una volta come Lafcadio. Le regole, le convenzioni sono solo steccati che possono essere saltati a piè pari per poter essere ciò che si è, anche la propria storia può subire qualche piccola rettifica!
Sai cosa penso anche però? Che parliamo tanto di quelli che vanno in cerca di consapevolezza della propria natura, senza spendere una parola su quelli che invece decidono di tornare dopo il viaggio.
Per fortuna c’è anche chi non dimentica il punto da cui è partito.
Ed è un altro libro su un coccodrillo quello a cui penso.7 Cornelio, si chiama, ed è nato che già sapeva camminare su due zampe, abitudine riprovevole tra i coccodrilli. Nessuna domanda per lui, ma subito una partenza, un passo via l’altro. E sono incontri, e cambiamenti, come ad esempio appendersi agli alberi con la coda, altra cosa disdicevole per i coccodrilli.
E se questi si ostinano a rifiutare il loro compagno un po’ fuori dalle righe, (che tra loro non rimane, eh), il cambiamento fa breccia nelle tradizioni coriacee della sua famiglia, come se la consapevolezza, il processo di mescolamento tra natura e cultura, attraverso i più coraggiosi, potesse diffondersi a una intera società.


Comunque, comprendo con più facilità chi si imbarca in un processo di esplorazione di sé quando spinto dalla insoddisfazione. Prendi il Signor Tigre, ad esempio.8 Se la città era stata una risorsa vitalizzante e liberatoria per il cammello, per lui è stretta e soffocante. C’è qualcosa nei disegni che esprime molto bene questa specie di gabbia in cui è incastrato: sono le linee rette che abbondano sia per gli edifici sia per gli altri abitanti. Il disegno è ordinato, regolare, rigido.


Non sono sbarre esterne e visibili, quelle che condizionano Tigre, ma qualcosa di più profondo che alla fine si rivelerà irrinunciabile. Infatti, dopo essere uscito nella selva, finalmente a quattro zampe e senza vestiti il Signor Tigre si sente solo, e scopre che la pura Wilderness non è per lui.
Non solo di sbarre è fatta la civiltà, infatti, ma anche di relazioni, ed è proprio dei suoi amici che sente la mancanza. E per loro, torna. Non è una disfatta: è il trionfo di una consapevolezza matura e rilassata, che contempla il difficile realizzarsi del compromesso equilibrato tra natura e cultura. Potete essere voi stessi anche in mezzo alle regole, sembra dire Tigre, ruggire indossando il frac, usare il righello e inventare storie.

Adesso basta però...
So che non vedi l’ora di leggere le mie parole, sento nell’aria il vibrare delle tue sottili antenne e non voglio deluderti…

Scoiattolo


1 S. Silverstein, Alla ricerca del pezzo perduto (trad. D. Abeni), Orecchio acerbo 2013
2 S. Silverstein, il pezzo perduto incontra la grande O (trad.D. Abeni), Orecchio acerbo 2015
3 J. London M. Quarello, Il richiamo della foresta (trad. D. Sapienza), Orecchio acerbo 2016
4 N. Heidelbach, Wenn ich gross bin, werde ich Seehund, Beltz und Gelberg 2011
5 E. Dickinson, F1197 - J1176, da Tutte le poesie, Mondadori 1997
6 B. Friot, G. Tessaro, Io sono un cavallo, Il Castoro 2015
7 L. Lionni, Cornelio, Babalibri 2010
8 P. Brown, Il Signor Tigre si scatena, Il Castoro 2017
9 T. Tellegen, A. Haeringen, Van de tuin van de walvis, Em Querido's Kinderboeken, Amsterdam 2015