venerdì 20 ottobre 2017

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


QUANDO TORNANO LE BALENE
 
La balena della tempesta in inverno, Benji Davies 
(trad. Anselmo Roveda)
Giralangolo EDT, 2017


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Ma Nico non aveva dimenticato la sua amica.
Ogni tanto credeva di intravedere, in lontananza tra le onde,
la coda della balena.
Ma era sempre qualcos'altro."

La situazione non è cambiata molto. A parte che sta sopraggiungendo l'inverno: neve e ghiaccio fanno la loro comparsa, Nico continua a vivere con il suo papà che fa il pescatore. Continua ad avere sei gatti. Continua a soffrire di solitudine a cui ora si aggiunge la malinconia per la partenza della sua amica balena, che, riconquistata la libertà grazie a Nico e a suo padre, si è inabissata quella notte. E mai più tornata.
A Nico la sua compagnia avrebbe fatto molto piacere. Quel piccolino non smette di sperare che lei ricompaia all'orizzonte, soprattutto adesso che suo padre lo ha lasciato nuovamente con la sola compagnia dei suoi sei gatti per fare un'ultima battuta di pesca prima che i ghiacci sigillino le acque del mare.


Quel giorno nevica tanto, nevica troppo. Questo va giù il sole Nico, alla finestra in attesa del padre, non lo vede tornare e si preoccupa. Lo va a cercare, ma tutto quel bianco intorno lo disorienta e il bambino si perde. In lontananza, una sagoma grigia riaccende nel bambino la speranza di trovare il suo papà. Quella sagoma è effettivamente il peschereccio del padre, ma a bordo non c'è nessuno. Dov'è il papà di Nico?

Le balene grigie migrano in grandi gruppi al sud ogni anno per poi tornare nelle acque fredde del nord a ogni primavera. Questo occorre saperlo per gustarsi appieno questa seconda parte del racconto che vede nuovamente Nico alle prese con la sua solitudine. Lo avevamo lasciato bambino nel suo illudersi di tenere una balena in casa all'insaputa del suo papà e lo ritroviamo che combatte contro la paura che al padre sia capitato qualcosa di brutto. Sembra cresciuto, e ora il senso di responsabilità gli pesa sulle spalle.


Continua a essere un bambino che ispira nei lettori un forte senso di tenerezza per la situazione in cui si trova. E dall'altra parte anche il padre continua imperterrito a cercare di fare il mestiere del pescatore per portare a casa quanto serve. I gatti continuano a fare i gatti: testimoni silenziosi. La grande novità sta nel ritorno inaspettato della balena, quella cucciola che si spiaggiò dopo la tempesta, ora si riaffaccia, accompagnata dall'intero branco. E salva la situazione. Quasi come a voler saldare un debito di riconoscenza.
I secondi libri sono sempre sotto attenta osservazione, in particolare da coloro che hanno molto amato i primi. Chi li legge è inevitabilmente in cerca di conferme o smentite.
Infatti non tutto, in questa seconda puntata, mi pare riconfermato.
Si ritrova la cura per il contesto, il villaggio sul mare, i sei gatti disseminati per la casa, la casa stessa e il pugno di personaggi che la popolano.
Si ritrova la capacità di dare spessore a un diffuso senso di solitudine di questo bambino.
Si ritrova un disegno felice con prospettive movimentate: il mare da sott'acqua, per esempio.


Si ritrova la luminosità di un inverno pieno di neve e il buio della banchisa di una notte di perlustrazione.
Si ritrova una certa coerenza con l'autentico comportamento di quegli animali tra estate e inverno. Fatto di cui molto compiacersi.
E cosa invece non trovo più?
Mi pare manchino le cose non dette, ovvero quei silenzi della narrazione che possono essere integrati dall'illustrazione in una relazione di 'muto scambio' tra parole e immagini. In questa seconda avventura invernale del piccolo Nico le parole dicono molto, a volte troppo e in tal modo diventano rassicuranti didascalie di ciò che lo sguardo può cogliere. 


Dov'è il quid che fa del linguaggio dell'albo un qualcosa di unico?
Se ripenso a quella pagina di La balena della tempesta in cui Nico, messa la balena su un carretto giocattolo, cerca a fatica di trascinarla verso di sé e il testo che accompagna questa scena si limita a dire "'Devo fare presto!' pensò", o ancora la pagina in cui la balena emerge di un soffio dalla vasca da bagno a cui è appoggiato di schiena Nico nell'atto di chiacchierare con lei con biscotti e tazzona di cioccolata a fianco e il testo recita: "Nico fece di tutto per far sentire la balena a casa. Le raccontò della vita sull'isola. La balena era un'ottima ascoltatrice."
Ecco, di pagine così ho avvertito la nostalgia.

Carla

mercoledì 18 ottobre 2017

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


LE PAROLE DELL'INFANZIA

Kuijer è ormai un autore noto, eppure riesce a sorprendere sempre. L'editore Camelozampa, con grande intelligenza, ha recuperato la prima serie scritta dall'autore olandese, vincitore dell'Astrid Lindgren Memorial Award nel 2012, protagonista un'altra splendida bambina, Madelief.
Il primo titolo di questa serie è Madelief. Lanciare le bambole. E' un testo del 1975 e, nonostante gli anni e il gusto 'retrò', ha tutta la freschezza, la sensibilità e l'intelligenza che l'autore inietta nelle sue storie, come quelle, già note al pubblico italiano, di Polleke, scritte in realtà alla fine degli anni Novanta.
Leggere questo testo, stampato meritoriamente con un font per la lettura facilitata, è davvero respirare a pieni polmoni in una storia che non ha, per fortuna, scopi educativi, ma racconta con immediatezza la vita quotidiana di una bambina, all'inizio delle elementari, e dei suoi amici, la piccola Roos e Jan-Willem. Madelief è figlia di una mamma single, molto impegnata nel lavoro; passa molti pomeriggi insieme ai suoi amici, inventandosi giochi, scorribande, grandi imprese. Dal carattere forte, qualche volta anche prepotente, è sempre pronta a difendere i suoi amici dai bulletti del quartiere.


Quello che secondo me è straordinario e che rappresenta bene quello che si dice essere una scrittura ad 'altezza bambino', è la descrizione del mondo infantile, le domande radicali ed imprevedibili di fronte al mondo circostante e le risposte, che i bambini si danno, strampalate eppur dotate di una logica ferrea. Esattamente come pensano i bambini, non ancora piegati al buonsenso e alla necessità di verosimiglianza. Esilarante il capitolo che racconta il dialogo fra la bambina e la mamma sul tema di quel che vuol dire 'essere una signora', che non ha nulla a che vedere con quello che comunemente si potrebbe argomentare. Oppure il capitolo che descrive la prima volta in cui Jan-Willem va a fare la spesa da solo. In poche parole, il mondo bambino, con tutte la sua buffa inesperienza e ingenuità, raccontato con delicata ironia e profonda comprensione, dando dignità e voce ai piccoli.
E' proprio un'idea di infanzia che emerge da questa storia, nemmeno troppo breve e adatta sicuramente a partire dai sette anni: un'infanzia libera dai condizionamenti e dalle paure. Nessun cattivo vero si aggira in queste storie, solo adulti manchevoli, stanchi, incattiviti dalla solitudine, ma il più delle volte partecipi della vita dei figli. Mentre le bambine e i bambini sono portatori, come dovrebbe essere, di una libertà un po' anarchica, irriverente, non piegata alle mode e al dover essere.
Grazie alla efficace traduzione di Valentina Freschi, che ha curato anche quella della serie di Polleke, e alle immagini, originali per l'edizione italiana, di Marta Baroni, abbiamo un libro dalla facile fruibilità, con una scrittura scorrevole e piana, con capitoli brevi e frasi corte, alla portata dei primi lettori. Questo ritmo così veloce è come se ci restituisse tante istantanee, tanti scorci di vita, raccontata con efficace semplicità. Mi sento di consigliare caldamente questo libro, come regalo sotto l'albero o come lettura a scuola.


La scrittura di Kuijer ci propone l'immagine di un mondo più sereno e fiducioso, aperto al futuro e rispettoso del mondo dell'infanzia. Mi piacerebbe chiedergli se vede il mondo in questo modo ancora oggi.

Eleonora

“Madelief. Lanciare le bambole”, G. Kuijer, Camelozampa 2017


lunedì 16 ottobre 2017

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


IL BUIO OLTRE LA SIEPE

Thornhill, Pam Smy (trad. Sante Bandirali)
Uovonero 2017



NARRATIVA ILLUSTRATA PER GRANDI (dagli 11 anni)

"So che mentre scrivo queste cose al sicuro nella mia stanza, quando tutta la casa dorme in silenzio, lei tornerà quassù e il grattare, il graffiare, lo sbatacchiare, il bussare sulla mia porta ricominceranno. E so che resterò qui distesa facendomi piccola e tremando."

La data di questa pagina di diario di Mary, nell'orfanotrofio di Thornhill, è 30 aprile 1982. Da due mesi o poco meno nell'orfanotrofio è rientrata - in quella famiglia non l'hanno voluta - lei. Mary e lei per ironia della sorte si assomigliano, bionde con gli occhi chiari, ma Mary è silenziosa, mutismo selettivo, e vive le sue giornate isolata nella sua camera all'ultimo piano circondata dai meravigliosi pupazzi che costruisce per riempirsi le giornate piene di vuoto, mentre lei passa il suo tempo a comandare e a spargere carisma su un gruppetto di fedelissime coetanee. 
Mary e lei condividono tuttavia un destino all'interno di quel luogo tetro, dal nome tetro. Una al di qua e una al di là della porta: una terrorizza l'altra, la tiene in costante scacco, facendole scherzi atroci, mettendole contro l'intera comunità, atterrendola con agghiaccianti visite notturne... 
Talvolta c'è davvero un solo sottile diaframma di legno a tenerle separate. Due mondi di sofferenza che si toccano, che si respingono, che si cercano e si fuggono, due mondi in cui anche i pochi adulti di Thornhill non sanno penetrare.
Intrecciata alla storia piena di terrore della piccola orfana Mary, c'è quella di Ella, piena di inquietudine. Anche lei orfana, da poco si è trasferita con il padre in una nuova casa proprio di fronte al lugubre edificio di Thornhill, ormai vuoto e disabitato da anni.
Tra la storia di Mary e quella di Ella passano circa 35 anni, ma nonostante questo sembra che le loro solitudini si debbano incontrare. Tracce di una vita passata, quella di Mary, frammenti di oggetti che le sono appartenuti, affiorano qui e là e finiscono nelle mani di Ella che decide di andare al di là di quel filo spinato che nasconde il vecchio edificio cadente.
Segue le tracce lasciate da un'ombra.


Bang, che libro! Più di 500 pagine di un libro nero, nerissimo. Due storie distinte dal tempo che le tiene necessariamente lontane e che tuttavia possono intrecciarsi fin dalle prime pagine: la prima, quella di Mary, raccontata a parole, la seconda quella di Ella, raccontata per immagini.
Un paio di punti di contatto: la solitudine data dalla orfanezza di entrambe, e il luogo: Thornhill e le case che lo circondano.
Racchiusi da un filo spinato che sembra avvolgere, fin dai risguardi ma anche in senso metaforico, le due esistenze, i luoghi sono forse uno dei protagonisti chiave di questo romanzo di esordio di Pam Smy, importante figura dell'illustrazione anglosassone. Fin dalla copertina, in un lago di nero, appare una casa in una notte di luna piena che ne rende affilati (complice il leggero rilievo) i profili. Solo una finestra è illuminata e l'ombra di qualcuno guarda fuori.


Per l'appunto. In un loro continuo e ostinato dialogo tra dentro e fuori, i luoghi in Thornhill contribuiscono fortemente a dare spessore all'inquietudine che attraversa la narrazione: nella storia di Mary le porte sono davvero elementi chiave del racconto e in concreto rappresentano diaframmi di protezione o prigionia della sua fragilità nei confronti di lei. Analogamente le esplorazioni che Ella fa nel giardino incolto e che si spingono fin nell'edificio che, grazie a una chiave ritrovata, si apre svelando la camera di Mary, abitata dai suoi fantocci.

 
I pupazzi. Anch'essi costituiscono un elemento fondamentale intorno a cui Pam Smy costruisce il racconto. E, parimenti, sono anch'essi icona quasi imprescindibile dei buoni racconti del brivido.


Ad evidenza, la Smy sa il fatto suo anche in ambito narrativo. Tocca le corde giuste dell'immaginario collettivo e attraverso elementi concreti costruisce un pathos palpabile e dà spessore a una carrellata (ad eccezione forse delle figure degli adulti, tagliate un po' troppo grossolanamente) di personaggi da manuale. Mai, nemmeno per un momento Mary, lei o Ella (quest'ultima solo disegnata) perdono di credibilità e le loro dinamiche di relazione, che fornirebbero il fianco allo stereotipo e alla didascalia, sono sempre all'altezza di un romanzo di qualità. Sa essere spietata e dura nel raccontare gli scherzi e le trappole costruite per Mary, sa raccontare la fragilità che nasce dal bisogno dell'altro attraverso i toni intimi di un diario. Nel racconto per immagini, è abile nell'inserire indizi che permettano al giovane lettore di contestualizzare e di cogliere legami tra il presente e il passato, dissemina le tavole di dettagli che attraggono lo sguardo e che sono rivelatori di nessi altrimenti difficilmente ricostruibili.
E a parte tutto questo, due meriti ulteriori mi sento di ascriverle. Da un lato, una solida conoscenza della letteratura, anche e soprattutto classica (Il giardino segreto citato più volte), di questo genere. Svariate volte mi è parso di cogliere richiami più o meno espliciti ad altri romanzi, dalla Ruota degli elfi di Janet Taylor Lisle alla Casa delle vacanze di Clive Barker, solo per citarne due.
Dall'altro, il suo coraggio di confrontarsi con un modello narrativo ineguagliabile, quello di Selznick. Se nel tipo di immagine la diversità è immediatamente palpabile, nella tessitura tra testo e immagine il confronto non è così immediato. Anche in questo caso però Palm Smy decide per una via autonoma: laddove Selznick utilizzava i due registri lungo un unico vettore cronologico, la Smy se ne serve creando tra loro uno iato cronologico -quelle due pagine nere che ogni volta separano disegno da testo sono proprio una bella idea - che tuttavia lentamente ma inesorabilmente converge in un punto finale che, neanche sotto tortura, svelerò.


Carla



venerdì 13 ottobre 2017

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)


CRESCENDO LETTORI

Opinione comune vuole che, a fronte di una vera e propria fioritura nel settore degli albi illustrati, poco di nuovo ci sia nelle collane di narrativa, palestra per apprendisti lettori.
In effetti è proprio con questa tipologia di libri che spesso bambine e bambini si cimentano nella lettura autonoma. Dalla prima elementare alla quarta, poiché in quinta si cominciano ad assaggiare storie più lunghe e complesse, i giovani lettori si confrontano con una produzione editoriale vasta, finora dominata dal topo Stilton e dai suoi parenti stretti, con una proliferazione di collane e sottocollane, con il marchio del Battello a vapore.
Questa situazione, nel corso degli ultimi dieci anni, è profondamente cambiata: da un lato le collane più commerciali hanno acquisito un ruolo minore, mentre le collane storiche della Piemme faticano sempre di più a mantenere il ruolo di capofila; nello stesso tempo alcuni editori, come la Mondadori e la Einaudi ragazzi, hanno avviato un complessivo restyling delle proprie collane, altri, soprattutto della piccola e media editoria, hanno portato avanti proposte innovative. Ricordo, a titolo di esempio, la serie di Hank Zizper, pubblicata da Uovonero, oppure le prime letture proposte da Sinnos.


Qui mi vorrei soffermare su alcune proposte recenti dedicate ai primi lettori. La prima che vi sottopongo è Grande & Buffo. Il consiglio del coniglio, scritto da Julian Gough con le illustrazioni di Jim Field, pubblicato da Gallucci. Pensata per i lettori fra la seconda e la terza elementare, è una storia esilarante, in cui si confrontano un'orsa, davvero troppo buona, e un coniglio, davvero troppo scorretto. La presenza di un lupo decisamente affamato, che non ama le cene che sfuggono a 100 all'ora, costringe il coniglio a confessare le sue malefatte e a cambiare decisamente rotta. Stile brillante, ritmo forsennato, più o meno come quello di un coniglio che scappa, ha quel giusto pizzico di cattiveria che coinvolge il lettore o la lettrice, anch'essi imperfetti e contraddittori nelle amicizie. Perfetta la sintonia con le immagini che accentuano la polarizzazione dei personaggi. Per ora, sono usciti due titoli e mi auguro davvero che ne escano altri.


Un altro personaggio molto amato dai giovani lettori è Dory fantasmagorica, la pestifera bambina creata dalla penna e dalla matita di Abby Hanlon; qui l'editore è Terre di mezzo, che ha giustamente individuato un personaggio che aveva e ha tutte le carte in regola per entrare nelle simpatie dei lettori in realtà un po' più grandi, fra gli 8 e i 9 anni. Dory è una bimba di sei anni, che non ha nessuna voglia di crescere e di lasciare la sua migliore amica (immaginaria), Mary, con cui vive indescrivibili avventure. Snobbata dai fratelli più grandi, riesce comunque a sconvolgerne la vita con le sue imprese che, nell'essere immaginarie, si traducono in un concretissimo caos domestico. Su Dory sono usciti, finora, tre libri, che speriamo non esauriscano la serie, apprezzata dai giovani lettori e lettrici grazie al semplice ed efficacissimo passaparola.


Un'altra serie molto gradita dai bambini e dalle bambine della libreria è quella della collana, proposta dall'editore Lapis, chiamata Quelli della Rodari: ogni volume è dedicato a un personaggio di una classe micidiale della scuola Rodari e ogni volume è scritto da un autore diverso, da Baccalario a Gatti, a Sarah Rossi e così via. Il segreto del successo sta nella chiave umoristica, direi anche grottesca, con cui si raccontano le vicende di ciascuno, e nelle caratterizzazione dei personaggi: dalla saputella, artefice di teorie improbabili, al ragazzino fissato con i supereroi e così continuando; facile, per i bambini, identificarsi con questi personaggi. La serie ha visto finora sei storie.
Bisogna dire che Lapis da tempo ha investito sulle collane delle prime letture, colmando in parte il vuoto lasciato dai grandi editori. Non sto qui a enumerarle, quello che mi preme sottolineare è che in questa fascia d'età, in cui si comincia a costruire il rapporto diretto, personale fra il bambino lettore e l'oggetto libro, è indispensabile che ci sia un'offerta varia e capace di rispondere a esigenze diverse. Non possiamo aspettarci carrellate di capolavori, come il mitico e intramontabile Trattamento Ridarelli; possiamo richiedere testi di 'onesto artigianato', in cui sia rispettata la lingua, non ci siano solo storie rassicuranti ed edificanti, atte a risolvere i problemi educativi degli adulti, che siano anche un po' 'difficili', con qualche parola nuova e costruzioni lessicali non banali. Storie che parlino a bambine e bambini all'altezza dei loro occhi, del loro mondo, dei piccoli drammi o commedie di cui la loro vita è piena.

Eleonora

“Grande & Buffo. Il consiglio del coniglio”, J. Gough e J. Field, Gallucci 2017
“Dory Fantasmagorica”, A. Hanlon, Terre di mezzo 2016
“Akiko Assò”, A. Gatti, Lapis 2017



mercoledì 11 ottobre 2017

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


I LIBRI NECESSARI

Luigi. Il giorno in cui ho regalato una pianta a uno sconosciuto,
Catharina Valckx, Nicholas Hubesch (trad. Tanguy Babled)
Babalibri 2017


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni)

"Un bel mattino, insomma non proprio bello, anzi un mattino proprio brutto, stavo passeggiando con il mio amico Miki, il vecchio pony. A un certo punto, sotto un lampione ho trovato una pianta. Qualcuno l'aveva buttata. Qualcuno che non l'amava più, penso.
Allora ho avuto una bella idea."

La bella idea consiste nel regalarla a uno sconosciuto, così, solo per fargli piacere.


Sull'autobus preso al volo, i due amici individuano il destinatario del regalo: un castoro? una nutria? Di certo una creatura che di un regalo, di un gesto gentile, ha estremo bisogno. Per sdebitarsi, lo sconosciuto Kovopatuciok che di piante se ne intende e che forse di mestiere è mago, fa comparire sull'autobus una lucertolina dagli occhi brillanti, Ming, che per tutto il giorno esaudirà i desideri di Luigi e Miki.
I regali di Kovopatuciok però non sono finiti: portato in mano sotto un fazzolettino da naso, una vecchina porta un laghetto portatile che Ming rende navigabile.


Sebbene il finale di questa storia sia di nuovo sotto un acquazzone, tuttavia essa dimostra due fatti importanti: che a essere gentili ci si guadagna sempre e che chi è gentile, lo è per sempre.
Infatti Luigi non smette di regalare piante agli sconosciuti: ora è la volta di dare una begonia a un coniglio che, incurante, la divora in un amen.
Il traffico di piante non sembra concludersi perché sulla strada di Luigi si ritrovano ancora una volta Kovopatuciok, Ming e l'alocasia. Anche il coniglio e la begonia si riaffacciano nei suoi sogni e in ultimo fanno la loro apparizione un ladro di piante e l'uccellino Titi, quello che parla strano, cui certamente un'alocasia gigante farà piacere...

Ci sono libri necessari: l'ho già detto in occasione della prima uscita pubblica del gatto Luigi, due anni fa. E adesso che esce il secondo libro c'è da chiedersi: come abbiamo fatto a vivere senza per così tanto tempo?
Tutto quello che avevo pensato due anni fa, leggendo il primo libro di Catharina Valckx come autrice di testi e Nicholas Hubesch come suo illustratore d'elezione, lo riconfermo qui: non manca nulla.C'è una grande libertà di pensiero nel raccontare storie; c'è il garbo e la gentilezza che permea ogni gesto e, più in generale, il tono narrativo, c'è il gusto per il racconto dell'assurdo che si palesa come un guizzo in un contesto a dir poco quotidiano. E, a proposito di tono, c'è di nuovo quel preciso registro narrativo, ottenuto in una trascrizione felice ed equilibrata di un parlato che diventa testo. C'è la città ancora una volta protagonista non dichiarata, come sempre magnificamente raccontata da Hubesch, c'è tanto verde sotto forma di rigogliose piante. 


C'è nuovamente quel modus vivendi raro, che tanto mi aveva colpito la prima volta, fatto di piccole cortesie, attenzioni e premure verso l'altro. C'è tutto questo e c'è anche una sorta di precisione programmatica nel chiamare le cose con il proprio nome: dall'alocasia alla nutria, passando per il toporagno di una certa età.


Sono reduce da un seminario su l'opera di Claude Ponti, dove il nome della Valckx è stato fatto in più occasioni e dove i suoi libri galleggiavano su pulcini e zefirotti.
La Valckx non ha la stessa volontà di creare mondi immaginari come fa Ponti, ma ha al suo attivo uno stile altrettanto felice e altrettanto caratterizzato.
Nella serie di Luigi, di fatto, il mondo che contiene le sue storie è lì, sotto gli occhi di tutti, nella sua quotidianità: una cittadina abitata da animali che fanno una vita molto simile alla nostra; è un mondo consueto che si riconosce negli autobus, nei palazzi, nei negozi, nelle routine quotidiane.


E in questo bagno di normalità, mi pare di cogliere un legame con certa tradizione francese (Boujon) con cui la Valckx condivide il gusto per una comicità sottile, per un raffinato ricorso all'assurdo e per un garbo diffuso.
Peraltro lei stessa sembra aver fatto scuola con le generazioni a venire, da Vaugelade a Escoffier, per esempio, che da lei ereditano il tono garbato che dal non sense, senza parere, loro fanno sconfinare nella affilata ironia.
Mai e poi mai, in tutti i suoi libri (anche in quelli in cui è lei stessa a tenere le matite in mano) si potrà trovare un tono eccessivo, sopra le righe. 


Sottovoce, con la sua dichiarata timidezza che sconfina nella grazia, la Valckx è in grado di raccontare (per pagine e pagine) anche cose deflagranti. Nelle sue costruzioni narrative si ritrova, guardando controluce, la migliore tradizione nordeuropea - dai Mumin di Tove Jansson a la piccola Tigre e il piccolo Orso di Janosch e i tanto amati Rana e Rospo di Lobel. Insomma quella letteratura per l'infanzia che non aveva paura di raccontare storie lunghe e articolate, che non aveva temi politicamente corretti da dimostrare, che aveva come obiettivo quello di portare ai propri lettori il godimento di un racconto ben scritto, coerente, magari anche teneramente comico, sempre abitato da piccoli o grandi animali molto affini per indole alle bestioline che noi ci ostiniamo a chiamare bambini.

Carla

Noterella al margine: che bellezza il nastro segnalibro, che bellezza!

lunedì 9 ottobre 2017

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


THE STONE


La più recente prova di Guido Sgardoli, The Stone. La settima pietra, è un tuffo nel genere fantasy, con non pochi accenni horror. Mi viene da dire: finalmente. Finalmente un romanzo 'di genere' che introduce i giovani lettori e lettrici dentro i canoni più classici della letteratura fantasy e lo fa con ambientazione, linguaggio, cardini narrativi studiati con cura e incastonati a rendere l'affresco di una comunità, gli abitanti di un'isoletta irlandese, come se fosse presente e nota a tutti i lettori.
La trama, che si sviluppa in tre parti, ha un protagonista assoluto, il giovane Liam, affiancato dal suo gruppo di amici. E' lui a trovare un frammento misterioso nei pressi di un faro in cui si è, forse, suicidato l'amico farista. Da qui iniziano, in parallelo, le indagini di Liam e compagni e, nello stesso tempo, una serie di eventi tragici e misteriosi. In realtà tutto è iniziato qualche mese prima, con la morte, forse, accidentale della mamma di Liam, ma questo il ragazzo lo scoprirà nel corso delle indagini.
Tutto ruota intorno a dei frammenti di pietra che paiono appartenere a un gruppo di megaliti disposti in cerchio, le Sei Sorelle, posti in un isolotto collegato da una sottile striscia di terra. Liam e compagni vengono a conoscenza di una leggenda che parla di una maledizione lanciata da un druido, che si riverbera attraverso i secoli, incarnandosi via via in persone diverse, votate a perseguitare l'ignara popolazione dell'isola di Levermoir.
Ma se emerge la potenza del Male, non può che esistere anche il contraltare, qualcuno che si erge a difesa della comunità.
Non entro ulteriormente nello svolgimento della trama, densa di colpi di scena, così come sono molti e ben caratterizzati i personaggi che affollano queste pagine, rivestendo di volta in volta il ruolo della vittima e del carnefice. Infatti, il potere della Settima Pietra sta proprio nel governare i destini degli uomini, portandoli ad azioni che mai avrebbero compiuto. Questo è uno degli aspetti salienti di questo romanzo: la presenza inquietante e subdola di questa entità malvagia che ha il potere di trasformare le persone, di spingerle ad azioni abiette; si può ovviamente discutere su questa immagine del Male, che diventa persona e seduce gli esseri umani. E' un'immagine ovviamente assoluta, priva di sfumature, di contraddizioni; ma, d'altra parte, questo è uno dei cardini della narrativa fantasy, l'eterna lotta fra il Bene e il Male, risolta a fil di spada e di eroiche imprese. E anche di questo le ragazze e i ragazzi hanno bisogno, nutrendosi di gloriose avventure e di grandi certezze.
Personalmente ho apprezzato, di questo romanzo, la cura notevole con cui l'autore ha voluto dare concretezza al mondo di Levermoir, l'attenzione alle tradizioni celtiche e, più di tutto, nella prima parte, la descrizione dei primi indizi, dei primi dubbi, con i personaggi che progressivamente acquistano spessore. La descrizione di quella situazione in cui in realtà il bene e il male ancora si confondono e traggono in inganno: la normalità che ospita le inquietanti presenze, atmosfera cara a quello Stephen King che l'autore esplicitamente richiama.
E' un romanzo impegnativo, ma avvincente, con colpi di scena e continui cambi di prospettiva, con un ritmo che riesce a mantenersi per tutte le 500 e passa pagine. Ma è anche una storia di amicizia e di coraggio, di legami forti di affetto e solidarietà. Forse qualche ingenuità nell'individuazione dei personaggi positivi e negativi, forse qualche disgrazia di troppo, ma nel complesso consiglio caldamente The Stone a tutte le ragazze e i ragazzi, dai tredici anni in poi, che vogliano immergersi nelle atmosfere del romanzo fantasy.

Eleonora

“The Stone. La settima Pietra”, G. Sgardoli, Piemme 2017


venerdì 6 ottobre 2017

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri pr incantare)


DUE METRI NON BASTANO...

Fino al cielo, Tom Schamp
Beisler 2017


ILLUSTRATI

In quella città le case hanno tutte grossomodo la stessa altezza, sono tutte molto colorate, hanno i tetti decisamente spioventi per essere abitati e per far scivolare neve e pioggia. Siamo nel nord dell'Europa. Forse.
Ma in quella città, tra quelle case, ne è stata costruita una molto più alta, molto più grande, molto più scura: sei piani più mansarda e negozio di cappelli al piano terra. Tutti la guardano esterrefatti, anche una colomba bianca che pare frenare in volo per non sbatterci contro. Con il naso all'insù sono anche cappuccettorosso e leopardo, bambina e bambino in maschera, che hanno il compito di recapitare lettere a tutti gli inquilini del palazzo per spesso riceverne qualcosa in cambio.


Si parte dal piano terra, dal negozio di cappelli, si va al primo dove abita una strana coppia: leone e biondina con scimmietta al seguito.
Più su ci sono sirena e marinaio, e ancora più in alto la coppia di giocatori di scacchi. Al piano superiore un uomo solo che alleva cervi e coltiva alberi in casa che germogliano anche al piano di sopra dove il grande gatto nero satura la stanza. All'ultimo, appena sotto il tetto, una bimbetta legge uno dei suoi mille libri a un bebè.


Ma la vera festa è nella mansarda dove tutti coloro che abbiamo incontrato finora si riuniscono intorno a un tavolo come buoni amici, buenos amigos, cappuccettorosso e leopardo compresi, nell'atto di dar loro un'ottima cena.
in quelle buste consegnate e contrassegnate dal cuore c'era un invito?
Tutti brindano. Solo il gattone è rimasto fuori, ma sbircia dal grande oblò.

Una sorta di Wimmelbuch verticale, costruito in cartone spesso, con il formato di un leporello, Fino al cielo si snoda e arriva a misurare in tutta la sua estensione 200 centimetri. E il grande palazzo si mette in mostra, visto in sezione, piano dopo piano in una sequenza scandita dai solai segnati da ogni cambio di pagina.
A tutt'oggi mi chiedo perché Tom Schamp, artista belga tra Rosseau e Magritte, sia così poco conosciuto e apprezzato in Italia; poco visti i suoi disegni che tuttavia sono inconfondibili per colore e tipo di composizione e piacevolissimi per ogni lettore e lettrice, non fa differenza se grandi o piccoli.
Grande disegnatore pop di mondi complessi e pieni di cose, Tom Schamp ha riempito l'Europa e non solo di cartoline, poster, illustrazioni, calendari (l'ennesimo gioco il Birdday calendar preferibile al tradizionale Birthday calendar), giocattoli, copertine di cd e francobolli per le poste del Belgio.
Intelligenti, ironiche, sempre piene di citazioni, le sue illustrazioni, i suoi manifesti, le sue cartoline sono reticoli che raccontano la complessità del mondo in cui viviamo. Si stendono su un piano ideale e diventano mappe, immediatemente esplorabili da uno sguardo attento.
Ma Tom Schamp non ha disegnato sempre così.
In principio fu Biancaneve nel 1997.
E da noi? Vanno ricordati i pochi libri da lui illustrati che hanno valicato le Alpi: nel 2005 Natale bianco Natale nero (Jacabook) e soprattutto nel 2007 Il sesto giorno (Motta junior), dedicato alla creazione, ovvero a una particolare declinazione della stessa. Avendo la fortuna di possederli entrambi, posso constatare un ritmo ben diverso, anche se la sensibilità per il colore e il tipo di segno è il medesimo. Fortunatamente.
Le tavole di Fino al cielo, che presentano una dominante di colore ogni volta differente, sono brulicanti di particolari, dettagli, oggetti e elementi architettonici 'estranei', spesso rivisitati in una logica surrealista, che si colgono solo dopo una lettura attenta e meticolosa dell'immagine. 


Nemmeno una parola li accompagna eppure loro raccontano e raccontano. Il dialogo con chi legge è - come spesso accade - a due diversi livelli: adulti e bambini. La boutique di cappelli gioca sull'assonanza tra Talking Heads e Talking Hats, che solo un grande che conosce il gruppo musicale apprezza, al piano dove abitano la sirena e il marinaio fa giochi di parole con il nome di Popeye, scomponendolo in Pop Eye. E compare una 'magrittiana' pioggia interna...
Chi è più piccolo potrà invece notare il fatto che a ogni piano il cestino di cappuccettorosso si riempie di piccoli doni che all'ultimo vengono redistribuiti, noterà che le tende sono tenute su da cotton fioc o da spille da balia o ancora da grucce. Vedrà che al posto dei cappelli si indossano tazzine da caffè, noterà orologi diffusi e mal regolati al piano dei giocatori di scacchi. Il naso del gatto che è in realtà coppa da cocktail...


Questo è uno dei grandi meriti che penso di poter riconoscere a questo artista: la capacità di stipare in uno spazio limitato dai margini un immaginario sconfinato.
Due metri non bastano...a contenerlo.

Carla